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Roberto
Cotroneo ha legato fortemente il suo nome a quello di Otranto e del
Salento. Giornalista, scrittore innamorato di Otranto e del Salento
e salentino d'adozione; ci racconta di sè e di come ha scoperto
questa terra. Immaginiamo di incontrarlo, per questa intervista, che
in realtà prende spunto da una visita del suo sito internet
(www.robertocotroneo.com),
proprio a Otranto, tra le stradine del centro storico, dove non è
impossibile incontrarlo realmente. Passeggiamo con lui, tra l'Edicola
Bizantina di S. Pietro, la Torre Matta e l'abitazione di Carmelo Bene,
oggi sede della fondazione L'Immemoriale, voluta dal Maestro.
Cotroneo lei non è nato in un posto di mare ma
leggendo il suo "Otranto" è come se il mare e le
atmosfere mediterranee le avesse vissute fin da piccolo; come se i
colori, le luci, le ombre, facessero parte del suo mondo da sempre.
E' vero, sono nato ad Alessandria, un luogo nebbioso
di pianura. Una città di 100 mila abitanti che non ha una grande
storia, non vanta monumenti importanti. Non è metà di
turismo. Certe volte si comincia a scrivere perché si è
cresciuti in una brutta città. Alessandria ha dato i natali
a Gianni Rivera e Umberto Eco. Per il resto non ci sono altre cose
degne di nota. A parte i cappelli Borsalino che hanno girato il mondo.
Sono nato il 10 maggio 1961. Sotto il segno del Toro. E ad Alessandria
ho vissuto fino ai vent'anni. A sei anni ho cominciato a studiare
pianoforte. Ricordo interminabili pomeriggi grigi a fare esercizi
sulla tastiera. A quindici anni mi comprai anche un organo Hammond,
che rimpiango ancora. Aveva un suono fantastico. Ogni volta che torno
ad Alessandria ho una sensazione di straniamento: perché è
una città senza colori. Di un grigio uniforme e senza scampo.
Persino la maglia della squadra di calcio è di colore grigio.
Il suo "Presto con fuoco" quindi ha le radici
nei suoi studi di pianoforte, ma vuole farci credere che scrive perchè
è cresciuto in una "brutta città"? Com'è
andata veramente?
Ho cominciato a scrivere a diciotto anni, per giornali
di provincia. Volevo diventare un critico cinematografico. Recensivo
i film. E mi piaceva fare il polemista. Una cosa che nel tempo è
rimasta. Per alcuni anni ho scritto di teatro, cinema e libri. E per
me stessi lavoravo a dei racconti. Poi, nel gennaio del 1981, la svolta.
Intervisto Umberto Eco, che aveva appena pubblicato "Il nome
della rosa". Pubblico l'intervista e successivamente la amplio
con un'altra serie di domande. Con quell'intervista, due anni dopo,
mi presento alla redazione milanese dell'Europeo. Sarà il mio
pass-partout per il giornalismo.Nel 1987 sono arrivato a Roma. Assunto
a "L'Espresso". Mi dissero che dovevo occuparmi delle recensioni.
I collaboratori erano Paolo Milano, Alberto Moravia, Sergio Saviane,
Alberto Arbasino, Umberto Eco, tutte firme che leggevo da anni sul
mio settimanale preferito. Ricordo che Moravia mi chiamava prestissimo
la mattina per avvertirmi che la sua rubrica di cinema era pronta.
E lo faceva alle sette del mattino. In quegli anni scrivevo soprattutto
inchieste di cultura, e pensavo che non avrei mai scritto un romanzo
in vita mia. La mia storia di polemista porta lo pseudonimo di Mamurio
Lancillotto. Era il 1988 e con Armando Torno, capo delle pagine domenicali
del "Sole 24 ore" ci si lamentava di quanto fosse squallida
la produzione letteraria di quel tempo. Armando mi dice: "perché
non riesumiamo la stroncatura?". "Perché no?",
rispondo io. Allora c'era bisogno di uno pseudonimo. Lo troverà
Armando. Mamurio era un vicario criminale del 600, che processò
la Monaca di Monza. Il resto è stato un grande divertimento,
e un caso editorial-giornalistico, per più di un anno. E' vero,
ho smesso presto, ma sono giochi che funzionano se sai fermarti al
momento giusto.
Il suo primo libro è stato un grande successo,
quando ha pensato per la prima volta di scriverne uno? Ci racconti
il suo percorso dalle colonne dei giornali ai romanzi. Come inizia
la carriera di uno scrittore, davvero come uno potrebbe pensare? Più
o meno come per uno scultore che guardando una pietra grezza immagina
già le forme? ...forse queste sono solo fantasie, probabilmente
le cose succedono in modo diverso.
Il mio primo libro è "Se una mattina d'estate
un bambino", l'ho scritto nel 1994. Dopo che per anni mi sono
rifiutato di dare agli editori pamphlet contro il mondo e la società
letteraria. Non mi piaceva scrivere contro qualcuno. Volevo scrivere
per qualcuno. Il mio primo giorno di ferie del 1994 mi sono svegliato
prestissimo - saranno state le sei - ho preso il mio portatile e sono
andato in spiaggia. E ho cominciato a scrivere la lettera a Francesco,
che allora aveva due anni. In un mese e mezzo ho finito il libro.
Oggi è il mio libro più tradotto nel mondo: è
stato pubblicato con grande successo in Spagna (anche nella traduzione
catalana), Portogallo, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia,
Brasile e Giappone.
Continuiamo a camminare sui Bastioni battuti dal vento,
una tramontana davvero forte, ma, alla prima strettoia che si offre,
approfittiamo per rifugiarci nuovamente nell'intricato labirinto di
viuzze. E così ci ha preso gusto ed è passato ai romanzi,
aveva già in mente il suo secondo libro?
Tutti quegli anni a studiare il pianoforte dovevano arrivare
a qualche cosa - risponde con ironia - "Presto con fuoco",
mio secondo libro, e mio primo romanzo, ha una storia particolare.
Volevo pubblicare un saggio su Frédéric Chopin. Ho cominciato
a leggere di tutto, a risentire i cd. A prendere appunti. Quando ho
finito il lavoro ed ero pronto a iniziare il saggio, mi sono accorto
che in realtà stavo pensando a un romanzo. Un romanzo scritto
in prima persona dal più grande pianista vivente. Un romanzo
sulla musica. Ho acceso il computer e incominciato a scrivere. Con
"Presto con fuoco" ho saldato un po' di conti: con la passione
per la musica, per il pianoforte, e chissà che altro. E' un
libro denso, pieno di cose. Ho vinto con questo romanzo il premio
Selezione Campiello. Quando uscì in Germania, uno dei più
importanti critici europei, Joachim Kaiser, ha scritto: "un libro
geniale, di culto per tutti gli appassionati di pianoforte".
E fin qui tutto sembra avere un senso: una lettera, lo
studio del pianoforte da piccolo... ma come è approdato a "Otranto"?
No, "Otranto" è un'altra storia. Appartiene a un
altro periodo della mia vita. Alla scoperta del sud. Di un mondo nuovo.
Sono nato in una città grigia da genitori calabresi trasferiti
al nord da sessant'anni. Per cui il sud delle mie origini familiari
si era perso nella notte dei tempi. A Roma ho sposato nel 1990 una
ragazza del Sud, leccese, e in questo modo al sud sono ritornato.
Un sud particolare, quello del Salento, che è una terra magica
e vitale. Otranto è n luogo estremo, finis terrae, figlia del
caso e dell’atrocità. La prima volta che ho visto Otranto
ho pensato che era un posto buono per scriverci un libro. Otto anni
dopo l'ho fatto. E' il romanzo dei colori, dei misteri, del mare,
della luce. Otranto è quasi un libro iniziatico, pieno di riferimenti,
di storia, di suggestioni. Otranto è un libro sulla luce: sulla
luce del nord e quella del sud; sulle ombre di Rembrandt e quelle
che proiettano i torrioni del castello e i muri della città.
Ma è anche un romanzo sulla luce meridiana, quella in cui appaiono
i fantasmi, i démoni del mezzogiorno. E poi sulla luce dei
mistici, cristiani e arabi. Forse è il libro che amo di più,
tra quelli che ho scritto. E che mi emoziona rileggere.
Inutile cercare di nascondere che la mia, nell'avvicinarmi
a Roberto Cotroneo, è una sensazione mista di curiosità
e gratitudine. Credo che essere curiosi dei motivi che spingono uno
"straniero" ad apprezzare tanto questa terra sia un atteggiamento
tipico dei Salentini, come se fosse strano che qualcuno venuto da
lontano si interessi di noi. Roberto Cotroneo però si è
dimostrato essere tutt'altro che straniero.
La gratitudine che sento è quella di un
salentino che ha avuto la possibilità, per la prima volta,
di vedere quei posti tanto familiari e quasi scontati, con altri occhi.
Questa possibilità, raccolta da molte persone, ha posto un
segno; è stato come se qualcuno avesse voltato pagina, per
far scoprire a tutti che il Salento è una medaglia che dimostra
di avere due volti che non sono due rovesci.
Non penso di azzardare dicendo che l'immagine di
Otranto ha acquistato molto dal suo libro, ma sono un po' impacciato
nel dirglielo e cerco di venir fuori dal silenzio con un'ultima domanda
per far confessare l'identità di "Cosimino", un personaggio
del suo "Otranto". E' davvero la persona che tutti gli idruntini,
leggendo il libro, hanno creduto di riconoscere? Cotroneo scherza,
sorride, ma ha deciso di lasciarci nel dubbio.
Finisce così, con questa ultima immagine,
la nostra intervista, ormai siamo arrivati nei pressi di Porta Alfonsina
e usciamo dal centro storico per rientrare, infreddoliti, nelle nostre
auto. E' un Roberto Cotroneo rilassato quello che abbiamo incontrato,
che si propone in una "veste idruntina" molto convincente
e si aggira sicuro tra i vicoli del centro come fossero il salotto
di casa. Ci diamo appuntamento come due vecchi amici per la prossima
estate, quando sicuramente sarà qui, come ormai d'abitudine,
per incontrare i parenti.
Angelo
Monteduro
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