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  Alvar Gonzàlez-Palacios

   "Questa terra mi ricorda Cuba" confessa Alvar Gonzàlez-Palacios, storico dell'arte ed esule cubano, che ha scelto Uggiano La Chiesa, piccolo centro a pochi chilometri da Otranto, per trascorrere le proprie vacanze estive. Qui ha acquistato una casa ed ogni estate, conosciuto e atteso, è "il personaggio" per antonomasia di questo paesino tranquillo.
   Riproponiamo ai nostri lettori un articolo di Francesco Erbani, apparso nelle pagine dedicate alla cultura del quotidiano "La Repubblica" del 13 agosto 2001 con un'intervista al Maestro Gonzàlez-Palacios.

   Qual è il paesaggio ideale per un uomo destinato dalle stelle a vivere lontano da dove è nato? Alvar Gonzàles-Palacios l'ha cercato, ne ha visti tanti. Li ha colti con il colpo d'occhio che ha imparato da Roberto Longhi e del quale si serve per il suo mestiere (è storico dell'arte fra i più grandi studiosi di miniature e decorazioni, esperto di mosaici, pietre dure, intarsi, tavoli intagliati, consolles, scrittoi e cammei). Però non ha trovato niente di più avvolgente di una casa, non la stessa casa per tutta la vita, ma comunque un reticolo di mura arredate come le sa arredare lui, entro le quali si è sentito, volta a volta, di appartenere a qualcosa e non più un esule.
   Gonzàles-Palacios, maestro di gusto in un'epoca fra le più difficili per professarlo, è nato sotto il segno del Toro. A Cuba, nel 1936. Dal 1955 non vive più nella sua isola, dove dice, non avrebbe più alcun senso tornare. La fama che circonda la sua cultura è altrettanto consolidata di quella che accompagna la sua lingua tagliente. Non ha protezioni accademiche. Ha dimestichezza con le più belle case del pianeta. Organizza mostre in tutto il mondo (celebri quella del Seicento e del Settecento a Napoli; l'ultima, al Prado, raccoglie i mosaici e le pietre dure nelle collezioni reali spagnole). Ma la sua vera specialità è quella di ricostruire la storia, i passaggi di mano e persino le tribolazioni di oggetti preziosi, un'angoliera napoletana del '700, una porcellana ottocentesca di Sèvres, una tazza puerperale Luigi XVI. Alvar Gonzàles-Palacios parla di Cuba, di Roma, di Napoli seduto su una poltroncina ricoperta da un drappo con motivi floreali, al centro di un salotto che ha un soffitto alto almeno sei metri e le volte a coda di rondine (in ogni stanza ci sono volte diverse: a botte, a crociera e altre ancora). Alle pareti nessun quadro, solo frammenti di marmi policromi provenienti dall'Africa e dall'Asia. Il caldo è afoso. Siamo a Uggiano, pochi chilometri a sudi di Otranto, un paesino del Salento con le case bianche e i palazzotti signorili. Uggiano conta tremila anime, è circondato da un tappeto di ulivi e assordato da eserciti di cicale. Un quarto d'ora a piede ed ecco il mare, con le rocce e le insenature che lo conservano freddo e pulito.
   I paesaggi della sua Cuba sono consegnati a una memoria sbiadita, che si addensa quando, passeggiando, Gonzàles-Palacios sfiora una pianta di mariposa, il fiore nazionale dell'isola. Qualche anno fa, sul terrazzo di un'amica, rimase folgorato. Sentì quel profumo che credeva di avere dimenticato e improvvisamente si ricompose davanti ai suoi occhi la grande casa di legno di San Vincente, con il rimbombo che producevano sull'impiantito i passi di suo padre. Di quella mariposa ha staccato un pezzetto di tubero e l'ha fatta fiorire nella casa di Roma, in palazzo Castani, a via delle Botteghe Oscure. Un'altra mariposa è qui, nel giardino di Uggiano, accanto a un limone e a tantissime rose. Alvar, braghette di cotone color tabacco, t-shirt verde bottiglia, timberland ai piedi, racconta di aver comprato questa casa quattro anni fa, dopo aver messo una croce nera sull'isola greca di Patmos, che in tutte le graduatorie della mondanità internazionale è contrassegnata con cinque stelle. "La gente dell'isola è diventata avida", dice. "È un paradiso, il mare ha il colore del cobalto. Ma il turismo ha distrutto ogni cosa e con i soldi che incassano, gli abitanti maltrattano gli animali e le piante. A luglio e agosto sbarcano migliaia di italiani pieni di soldi e volgarissimi".
   Uggiano, le sue campagne, il mare e questa casa sono il paesaggio che ad Alvar ricorda Cuba. "Mi manca la vegetazione della mia isola. Mi mancano le voci. Ma non tornerei a Cuba per nessun motivo". Colpa di Fidel Castro? "In parte. Il regime comunista ha espropriato la mia famiglia di ogni cosa. Qualche tempo fa ho dovuto mandare a mia sorella degli occhiali da vista perché lì non se ne trovavano. Ma ho anche vissuto gli ultimi anni del dominio di Fulgencio Batista, corrotto e venduto. No, non tornerei. Non ho voglia di affrontare un mondo che non mi dice più nulla. I miei amici o sono morti, o sono in galera o sono ministri e ambasciatori".
   Il palazzetto di Uggiano risale al Seicento e rammenta qualche tratto dell'architettura coloniale di Cuba. È rivestito di calce bianca, che serve ad alleviare la calura (compito che assolve egregiamente). Sul bordo della facciata corre uno stretto camminatoio, sotto il quale si apre un portale di pietra lavorata. Il camminatoio disegna il perimetro di un cortile che ricorda il patio delle case di Santiago di Cuba. Barocca è l'edilizia di quel lembo dell'isola caraibica, barocche sono la facciata, i pinnacoli e le decorazioni della chiesa di Santa Maria Maddalena, che incombe sul giardino chiuso di Alvar Gonzàles-Palacios, sfoggiando i suoi ornamenti fastosi, composti di fronde, corolle, grappoli e rosoni.
   "Io amo il mare di un amore religioso. È l'unico elemento che mi fa'uscire da me e mi consegna ad un'altra cosa. Se potessi decidere io, vorrei morire nuotando. Di colpo. Ho aperto gli occhi davanti al mare e voglio chiuderli lì. Ma non comprerei una casa al mare. Non mi interessa che una casa abbia il panorama. Io prediligo gli ambienti, le atmosfere, i paesaggi interni".
   I paesaggi interni sono il paradiso di un collezionista… "Per carità io non sono un collezionista. I collezionisti mi annoiano con la loro mania pedagogica, la fisima di mostrare. Chi collezione preferisce la completezza di una serie. A me piacciono la qualità e la fantasia. Io sono un curioso, non desidero possedere gli oggetti. Conoscenza e possesso sono due mondi distinti. Quando ho comprato la casa di Salita Sant'Onofrio a Roma, la mia prima casa di proprietà, ho venduto quasi tutto quello che avevo, duecento pezzi, fra mobili e dipinti".
   E questi mobili di Uggiano dove li ha comprati? "A Parigi e ad Amsterdam. Non compro nulla in Italia. I prezzi degli antiquari romani sono impossibili". Non c'è nessun rapporto con il paesaggio esterno? "E perché dovrebbe esserci? Una casa deve esprimere cultura e saper vivere. Deve essere sede di meditazione, di lettura, di pensiero - voluttuoso o vago che sia. E soprattutto di conversazione". Ma cosa l'ha spinta a cercare una casa qui? "Questo angolo di Salento mi ricorda l'Italia pacata e ricca di buone maniere che conobbi quando arrivai da Cuba, nel 1955".
   Gonzàles-Palacios, studioso di arti minori, di intarsi e di pietre, si è lasciato sedurre da una terra che concentra proprio nelle pietre la sua appartenenza al Sud del mondo, un parallelo ideale che dall'Avana sfila fin qui. L'intero orizzonte visivo di questa Puglia estrema è occupato dalle pietre. Le pietre più illustri appaiono in forma di grandi lastre o in blocchi alti nei megaliti preistorici. Le pietre più comuni, sovrapposte malamente, servono per costruire capanni e ricoveri di varia foggia. Le pietre appena sbozzate, squadrate alla meglio, sostengono invece terrazzamenti oppure tracciano chilometri e chilometri di muretti a secco, tirati su senza malta, che segnano i confini degli uliveti, ma molto spesso corrono anche dentro gli uliveti, disegnando delle spire o delle figure geometriche più regolari che, viste dall'alto, dove di solito i contadini non arrivano mai, sembrano il perimetro di un labirinto fantastico. Altro scopo non hanno questi muretti, se non quello di sistemare in qualche modo i massi scavati nella terra, un'infinita quantità di blocchi: ma lasciano immaginare uno sfoggio di perizia artigianale e in molti esemplari una spiccata sensibilità estetica. Qualcuno potrebbe chiamare anche questa un'arte minore. Le pietre lavorate a volute e arpeggi magnifici sono l'emblema della casa di un signore. Il muretto a secco è il segnavia di una tradizione contadina. Se ne trovano così anche nella Sicilia sud orientale ma, dicono, ormai nessuno li costruisce più.
   Il barocco leccese, che tenta di riprodurre quanta più natura possibile nella pietra, rimanda alla Spagna. Tutto il Sud Italia è un po' spagnolo. "Ma ha poco a che fare con la Spagna vera", corregge Gonzàles-Palacios, cubano la cui madre aveva origini spagnole. "L'anima della Spagna profonda è fosca e intrisa di sangue a differenza della mitezza di questi luoghi e dei suoi abitanti. La mitologia dei paesaggi salentini corre invece su altre onde. "Mi chiederai come ha fatto questa gente a scavare e ad allineare tante pietre", scriveva un grande personaggio di queste terre, Tommaso Fiore. "Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Ma non ci voleva meno della laboriosità di un popolo di formiche"".

A cura di Angelo Monteduro
info@otrantovacanze.com


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