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C’è
un uomo sempre chiuso in una piccola stanza, sommersa di libri,
chino su una scrivania, che ha scelto di dedicare la sua intelligenza
e la sua preparazione accademica allo studio del Salento, del suo
dialetto e di Otranto… è il poeta Nicola De Donno.
Si è laureato con il massimo dei voti in
storia e filosofia alla Scuola Normale di Pisa dove ha studiato
negli anni duri della seconda guerra mondiale. Ha partecipato alla
campagna di Russia col grado di sottotenente dell’esercito
e fu ferito gravemente durante la ritirata dell’esercito italo-tedesco.
Terminati gli studi ha rinunciato alla carriera universitaria per
ritornare nella sua città e dedicarsi alla poesia nel dialetto
magliese nell’intento di rafforzare la tradizione letteraria
scritta.
È stato docente di storia e filosofia e
successivamente preside nel prestigioso Ginnasio “F. Capace”.
Ha dedicato una vita alla scuola e nei suoi scritti si è
più volte soffermato sulla realtà incoerente della
scuola (Ministri e rriforme, Scola sana elementare, La Befana fascista).
Nicola De Donno è attento ai fenomeni socio-culturali
del Salento, ai varî tipi umani della società salentina
ai quali ha dedicato sonetti (Lu senatore vecchio, Lu duttore ecc.),
alla storia e alle ingiustizie sociali del profondo Sud (L’ossu
de bistecca, Mistieri mìsiri ecc.). Amante della sua terra
ne recupera i valori passati e presenti, come il sacrificio della
povera gente (Li martiri utrantini, Li Turchi a Utrantu).
Ma il poeta è anche un uomo, taciturno
e segnato da grandi dolori. Inevitabile, quindi, il ripiegamento
su se stesso e sulla sua storia interiore: intense le sue riflessioni
sul tempo che scorre (Fuce la tila), sul sopraggiungere della vecchiaia,
sull’avvicinarsi della morte, immagine naturale e familiare,
e sull’essere umano inteso come un niente (Pupi, Cchiù
gnenzi de cusì), straziante e pudico il ricordo del figlio
che non c’è più (Luigi).
Ha collaborato a numerose riviste e giornali culturali.
Gli è stato assegnato il premio “Gobetti” per
la saggistica e il premio “Puglia” per la poesia satirica.
Ha ricevuto la medaglia d’oro del Ministero della pubblica
istruzione.
Idrusa
di Nicola De Donno
| La fila de li Martiri salìa
-sta scrittu a ccarta de l’antichità-
a lla Minerva; e eccu, su lla via
do’ turchi, a llita pe lla propietà
de na carusa vèrgine. Pietà
nu a lloru ma a lla Vèrgine Maria
idda mprettàa pe lla verginità,
lu bbene ca cchiù ssantu li sapìa.
De susu an celu la Vèrgine, ca
ose cu lli rriquarda a lla carusa
ddu bbene sacru de la purità,
fice la spata a llu turcu rraggiusa.
E lla trafisse. E lle utrantine, a
ssìmbulu chiaru, la chiamara Idrusa. |
La fila dei Martiri saliva
-sta scritto in un documento antico-
alla Minerva; ed ecco, sulla via
due turchi in lite, per la proprietà
di una fanciulla vergine. Pietà
non a loro, ma alla Vergine Maria
ella affrettava per la verginità,
il bene che le sapeva il più santo.
Di su in cielo la Vergine, che
volle custodire alla fanciulla
quel bene sacro della purezza,
fece rabbiosa ad un turco la spada.
E la trafisse. E le otrantine, a
chiaro simbolo, la chiamarono Idrusa. |
Ester
Portaluri
esterportaluri@otrantovacanze.com |