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Antonietta De Pace nacque a Gallipoli il 2 febbraio 1818 da
Gregorio, banchiere e sindaco della città, e da Luisa Rocci
Cerasoli, nobildonna d'origine spagnola i cui fratelli avevano partecipato
attivamente alla Repubblica napoletana del 1799. La sua educazione
fu affidata allo zio paterno, il canonico e astronomo Antonio De
Pace, che aveva fondato a Gallipoli, nel 1813, una vendita carbonara.
Antonietta è bella e fiera, non tollerava le
ingiustizie sociali e la sua anima generosa si rivelò già
a tredici anni quando si rese conto delle condizioni di vita durissime
dei contadini che lavorano nelle campagne di Ugento: la malaria,
il tifo, la tubercolosi erano le malattie più diffuse dovute
alla presenza delle paludi infette, dalla mancanza di acqua potabile
sostituita dall'acqua putrescente delle cisterne, dalle condizioni
igieniche precarie aggravate dall'alimentazione insufficiente.
I bambini spesso rimanevano orfani in tenera età
(quando riuscivano essi stessi a sopravvivere alle malattie ed alle
privazioni) proprio come Vincenzo Veltrò, un bimbo ammalato
di malaria la cui madre morì per la malattia ed il padre
pescando in alto mare a Torre San Giovanni. La vicenda di Vincenzo
toccò il cuore di Antonietta che ancora adolescente venne
a contatto con un altro episodio che la portò ad intervenire
in prima persona in difesa dei deboli e degli oppressi: una donna,
Tonina, detta "la donna del Pilone" viveva come una belva
ferita costretta dal marito a stare fuori da casa, dove lei si era
costruita un riparo con tavole e canne, che spesso la bastonava
selvaggiamente, dandole da mangiare i propri rifiuti che lei non
riesciva a masticare poiché senza denti.
Antonietta le regalò vestiti, cibo ed un temperino
per tagliuzzare il cibo e poterlo ingoiare.
Con quel coltello però, la donna aggredì ed uccise
il marito; Antonietta ne rimase sconvolta e decise di studiare legge
per poter lottare contro la miseria morale ed economica della società
a lei contemporanea ed in particolar modo per dare voce a tanti
derelitti, donne, bambini, privi di mezzi di sussistenza ed incapaci
di reagire dinanzi all'ingiustizia sociale.
Ad otto anni Antonietta rimase orfana del padre, morto
in circostanze misteriose, probabilmente avvelenato dal suo segretario
particolare, che voleva impossessarsi del suo patrimonio. La vedova
fu confinata nella villa di Camerelle, mentre Antonietta, insieme
alle sorelle Chiara, Carlotta e Rosa, fu rinchiusa nel monastero
delle clarisse di Gallipoli, la cui badessa apparteneva alla famiglia
De Pace.
Delle quattro sorelle minorenni, private della legittima
eredità, la più grande, Chiara sposò lo zio
Stanislao De Pace, Carlotta morì tisica, Rosa sposò
Epaminonda Valentino, detto "Mino", e condusse nella sua
casa Antonietta. Patriota napoletano, figlio di Cristina Chiarazza,
che si era distinta durante le vicende rivoluzionarie del 1799,
collaboratore di Poerio, Conforti e Pepe, Epaminonda, tesseva le
fila della corrispondenza politica tra Napoli e la Terra d'Otranto.
Insieme al cognato, Antonietta entrò a far parte della Giovine
Italia. "Svelta, intelligente, ardita e prudente insieme, dimenticò
il mondo femminile, e tutta l'anima versò nel proposito di
concorrere a liberare la patria dalla servitù" (B.Marciano).
In quel periodo Antonietta fu una valida collaboratrice
del Valentino, che nelle sue lunghe assenze la lasciava depositaria
di ogni segreto; la giovane donna riceveva i corrieri da Lecce da
Brindisi o da Taranto.
Nel 1830 iniziavano i tentativi rivoluzionari della
Giovane Italia che culminavano con la tragica morte dei fratelli
Bandiera in Calabria, nel 1844. Prese attivamente parte alla preparazione,
in Terra d'Otranto, dei moti del 1848; il quindici maggio di quell'anno
era a Napoli, sulle barricate di via Toledo, travestita da uomo,
accanto al Valentino e a Settembrini.
Il Regno delle due Sicilie ottiene la sua costituzione
concessa da Ferdinando II che fu abrogata l'anno successivo con
un decreto cui fece seguito una repressione durissima: Valentino
venne arrestato e, insieme al duca Sigismondo Castromediano e ad
altri patrioti salentini, condotto nel terribile carcere dell'Udienza,
a Lecce, e rinchiuso nelle celle fetide, buie e senz'aria che caratterizzavano
quel luogo di detenzione muore per collasso cardiaco invocando l'aria,
a soli 38 anni.
Dopo la fine prematura del cognato Antonietta
lasciò Gallipoli per andare a vivere a Napoli con la sorella
Rosa e i nipoti. La sua prima preoccupazione fu quella di riannodare
tutte le relazioni di Epaminonda, sia con i patrioti che erano ancora
in libertà, sia con quelli prigionieri o in esilio, e ciò
fece servendosi dello pseudonimo di Emilia Sforza Loredano. Conobbe
personalmente Antonietta Poerio, zia di Carlo e Alessandro, l'inglese
Pandola, che aveva abbracciato la causa italiana, Raffaella Faucitano,
moglie di Luigi Settembrini, Alina Perret, moglie di Filippo Agresti,
la sorella di Antonio Leipnecher, Costanza, e Nicoletta Leanza,
figlia del detenuto politico Luigi, che sarebbe stata processata
nel 1854. Inoltre Antonietta entrò in contatto con il console
inglese Palmerston e stabilì collegamenti con l'ambasciata
sarda, dove si procurava i giornali che si pubblicavano nello Stato
sabaudo, come l'Opinione di Torino e il Corriere Mercantile di Genova.
Collaborò con il comitato napoletano della Giovine
Italia, presieduto dall'avvocato tarantino Nicola Mignogna e nel
1849 fondò un Circolo femminile, composto prevalentemente
da donne di estrazione nobile o alto borghese, i cui parenti si
trovavano nelle carceri borboniche. Antonietta seguì con
attenzione anche la famosa causa "dei Quarantadue"; il
compito delle donne era quello far da tramite tra i detenuti politici
e i loro parenti, di far pervenire nelle carceri viveri e altri
mezzi di sussistenza, lettere e informazioni politiche. Antonietta
si recava personalmente al carcere di Procida.
Dichiarandosi parente del detenuto Schiavone e fingendo
un prossimo matrimonio con un altro recluso, Aniello Ventre, ottenne
il permesso di occuparsi della loro biancheria, riuscendo in tal
modo a ricevere dai patrioti in carcere importanti comunicazioni.
Grazie all'aiuto di Luigi Sacco, cameriere sulle navi che navigavano
periodicamente lungo la tratta Marsiglia-Genova-Napoli, la donna
inviava le preziose informazioni a Nicotera, che si trovava a Genova;
di lì queste giungevano a Lugano e poi a Londra dove risiedeva
Mazzini.
Tramite Antonietta Poerio, la De Pace teneva vive le
relazioni con i condannati di Montesarchio e Montefusco, e con l'aiuto
di Alina Agresti e della Settembrini, con i reclusi del carcere
di Santo Stefano.Oltre a dirigere il Circolo femminile, e il successivo
Comitato politico femminile, attivo negli anni 1849-1855, Antonietta
collaborò ad associazioni patriottiche meridionali quali
l'Unità d'Italia (1848), la Setta carbonico-militare (1851),
il Comitato segreto napoletano (1855), guidato da Mignogna, che
propugnavano l'unificazione dei numerosi movimenti politici del
Meridione sotto l'egida repubblicana.
A causa della sua attività eversiva la donna
era costretta a cambiare spesso abitazione, sia per non coinvolgere
la sorella Rosa, sia per depistare la polizia borbonica. Lasciata
la casa della sorella, si ritirò inizialmente nel convento
di San Paolo in qualità di corista. Nel 1854, per avere maggiore
libertà di contatto con gli agenti della Giovine Italia,
mostrando la necessità di "fare dei bagni", ottenne
dalla superiora del convento il permesso di recarsi a casa di Caterina
Valentino (sorella del defunto Epaminonda), che sosteneva le sue
iniziative. Lì fu arrestata il 26 agosto 1855 dalla polizia
borbonica; pochi giorni prima era stato arrestato anche Nicola Mignogna,
a causa del tradimento di Domenico Francesco Pierro, un infiltrato
della polizia borbonica. Al momento dell'arresto Antonietta "tolse
dal petto due proclami di Mazzini, ne fece una pillola, poiché
Mazzini usava la carta velina, e in faccia a loro li inghiottì"
(B. Marciano), dicendo ai poliziotti che si trattava di un medicinale.
Fu condotta al commissariato di polizia di Piazza Mercato, dove
cominciava il fondaco del Carminiello tagliato dall'opera di Risanamento,
che porta oggi il suo nome. Fu tenuta dal commissario Campagna,
"fido servitore del dispotismo" (B. Marciano) in una stanzetta,
per circa quindici giorni, senza potersi mai né distendere
su un letto, né lavare, subendo interrogatori nel cuore della
notte.
Le accuse di cospirazione erano suffragate dal fatto
che, pur avendo Antonietta distrutto la corrispondenza più
pericolosa, nella sua cella del convento di San Paolo erano state
rinvenute lettere che nel loro frasario facevano pensare a documenti
politici cifrati, cosa che in effetti erano. Ma Antonietta fu sempre
particolarmente abile nel sostenere gli interrogatori, tanto che
non ne emersero prove vere e proprie delle sue attività cospirative.
Uscita dal commissariato di Piazza Mercato, fu condotta
nel carcere di S. Maria ad Agnone, retto dalle Suore di carità,
dove fu reclusa per diciotto mesi; lasciò la prigione per
recarsi alle udienze presso Castelcapuano per ben quarantasei volte.
Durante il lungo processo ebbe il solo privilegio di stare in una
stanza da sola, mentre le altre detenute (prostitute, ladre, assassine)
dormivano nei "cameroni". Antonietta era chiamata "la
signorina", perché si trovava in carcere per "costituzione",
ossia era una prigioniera di Stato (B. Marciano).
L'accusa muoveva dalla convinzione dell'esistenza di
una cospirazione repubblicana guidata dal Mazzini. I proclami sequestrati
al Mignogna e le lettere di Antonietta erano il corpo del reato.
La difesa era rappresentata da prestigiosi avvocati napoletani:
Castriota, Longo, Lauria e Pessina. Nonostante le confessioni del
traditore Pierro, Mignogna tacque e Antonietta seppe magistralmente
difendersi dalle accuse della polizia. Il procuratore generale Nicoletti
aveva chiesto la condanna a morte per Antonietta, ma poiché
la giuria si espresse a parità di voti, tre contro e tre
a favore, la donna fu assolta. "L'incertezza e il dubbio erano
penetrati nell'animo dei giudici, l'opinione pubblica dichiarava
il processo un'infamia….sul governo cadde il discredito delle
potenze estere e l'anno successivo l'Inghilterra e la Francia ritirarono
i loro ambasciatori lasciando a Napoli semplici agenti consolari"
( B. Marciano).
Il processo fece molto scalpore, perché l'imputato
era una donna e, per giunta, appartenente all'alta borghesia. Vi
partecipò sempre una gran folla, tra cui gli ambasciatori
inglese, francese e dello Stato Sabaudo. Le corrispondenze dei giornali
dell'epoca, tra cui l'Opinione di Torino, il Corriere Mercantile
di Genova, il Journal des debats e il Times, erano tutte a favore
dell'imputata. Secondo la prassi giudiziaria dell'epoca Antonietta,
libera, fu posta per un certo numero di anni sotto la tutela di
un parente, il cugino Gennaro Rossi, barone di Capranica. Presso
di lui, al numero 4 di Vico Storto Purgatorio ad Arco in Napoli,
Antonietta visse fino al 1859, strettamente sorvegliata dalla polizia.
Ma non abbandonò la sua attività di cospiratrice:
fondò a Napoli un Comitato politico mazziniano, di cui facevano
parte Antonietta Poerio, Raffaella Faucitano, e Alina Perret. Sotto
la guida di Antonietta, le donne, che si riunivano nella Villa Poerio
in via San Nicola a Nilo, stabilirono nuovi contatti con il comitato
mazziniano di Genova.
Morto Ferdinando II, giustificò il suo scialle
rosso esibito al balcone durante i funerali del re dicendo:"…non
è certamente ingratitudine non compiangere un re, il quale
aveva permesso che una donna innocente si tenesse 18 mesi in prigione
con interminabile processo e con requisitoria di morte!"
Nell'ottobre del 1858 Antonietta incontrò Beniamino
Marciano, un giovane prete liberale di Striano, che era venuto ad
abitare nello stesso edificio in cui risiedeva Antonietta. Tra i
due nacque subito un intenso rapporto, sul piano sentimentale e
politico; ma si sposarono solo nel 1876, quando Antonietta aveva
già 58 anni. Beniamino divenne il segretario del comitato
femminile; poi, insieme, si adoperarono per favorire l'impresa garibaldina.
Quando, il 9 gennaio 1859, il Re Vittorio Emanuele
II pronunziò le note parole "il nostro cuore non può
rimanere insensibile al grido di dolore che giunge da ogni parte
d'Italia…" Antonietta abbandonò ogni riserva e,
lasciata la casa del cugino, si stabilì clandestinamente
in via S. Giuseppe de Nudi, dove si raccoglievano sospettati e perseguitati
politici. Per sfuggire alla polizia aveva studiato con cura le chiese
napoletane dotate di una doppia uscita: entrata da una porta, usciva
dall'altra! Si recava a casa della Poerio, dell'Agresti, al consolato
sardo. Divenne il tramite tra il Comitato napoletano e quello salernitano,
che aveva sede nella casa dell'avvocato Nicola Ferretti. Lì
giunse Garibaldi il 6 settembre 1860, con soli ventotto uomini.
Il 7 settembre Garibaldi entrava trionfalmente a Napoli
con i ventotto ufficiali e due donne, Emma Ferretti e Antonietta
De Pace, vestita con i colori della bandiera italiana. A Beniamino
Marciano fu affidato il comando ad interim della provincia di Salerno.
Garibaldi affidò ad Antonietta la guida dell'ospedale del
Gesù, mentre la direzione di tutti gli ospedali napoletani
era affidata a Jessie White Mario. Garibaldi le assegnò,
inoltre, una pensione di "venticinque ducati al mese pei danni
e per le sofferenze patite per la causa della libertà"
(B. Marciano).
Gli anni seguenti sono quelli della spinosa questione
pontificia; Roma ed il papa non possono essere "toccati"
senza incorrere nell'ira e nelle armi dei francesi di Napoleone
III°.
Solo dopo la guerra tra Prussia e Francia, dopo
la deposizione dell'imperatore francese, nel 1870, sarà possibile
per i bersaglieri penetrare a Roma attraverso la breccia di Porta
Pia e consentire l'annessione dello Stato Pontificio al resto del
regno d'Italia.
Recatasi a Torino per i funerali di Cavour, Antonietta
fu accolta con grandi onori dai patrioti meridionali che sedevano
nel Parlamento italiano. Negli anni successivi si batté per
l'annessione di Roma al nuovo Stato, fondando a Napoli un Comitato
di donne per Roma capitale, di cui facevano parte Alina Agresti,
Luisa Papa, Enrichetta Di Lorenzo e Teodora Muller.
Garibaldi scrisse al comitato napoletano, che gli aveva
inviato del denaro "…Voi donne interpreti della divinità
presso l'uomo molto già avete fatto per l'Italia, e molto
ancora dovete operare per l'avvenire. Molto confido nelle donne
di Napoli" (B. Marciano). Per la sua attività a favore
dell'annessione di Roma, Antonietta fu arrestata dalla polizia pontificia,
mentre in treno si recava da Napoli a Firenze, dove il Marciano
dirigeva il giornale l'Italia.
Antonietta doveva presentare al governo italiano una
relazione circa la possibilità di organizzare una spedizione
militare di volontari guidata da Nicotera, per penetrare nell'agro
romano da Ceprano. Fu rilasciata per le proteste del governo sabaudo
e grazie alla sua abilità nel distruggere le carte compromettenti
che portava con sé. Dopo un periodo di depressione, dovuto
alle alterne vicende politiche, e alla morte del nipote Francesco
Valentino, avvenuta in battaglia a Bezzecca, Antonietta riprese
la sua abituale vitalità, quando, il 20 settembre 1870, i
soldati italiani entrarono a Roma.
Intanto a Napoli, il progressista Imbriani, eletto
sindaco, promosse importanti riforme nella pubblica istruzione,
a cui si dette un'impostazione laica. Ad Antonietta fu affidata
l'ispezione delle scuole. Si dedicò così all'attività
educativa insieme al marito, assessore alla Pubblica Istruzione
di Napoli. La malattia di lui, il suicidio del cognato Peppino Marciano,
nel 1881, la morte di Caterina Valentino, provocarono un nuovo esaurimento
nervoso ad Antonietta, che per distrarsi iniziò a viaggiare.
Visitò col marito Roma, Firenze, Torino e Milano e tornò
a Gallipoli, dopo trentaquattro anni di assenza. Si stabilì
per un lungo periodo a Castellammare di Stabia, dove Beniamino Marciano
dirigeva l'"Ateneo"; poi si recò a Striano, paese
natio del Marciano. Il 1° maggio 1894 il municipio di Striano
deliberò di intitolare ai due eroi due strade del paese.
Dopo essersi rifugiati in Puglia per sfuggire all'epidemia
di colera del 1884, i due tornarono a stabilirsi a Napoli, a Piazza
San Gaetano, dove era la sede dell'Istituto e del Convitto fondati
dal Marciano. Antonietta si dedicò all'educazione dei fanciulli,
che esortava dicendo: "noi abbiamo fatto l'Italia, voi dovete
conservarla, lavorando a farla prospera e grande" (B. Marciano).
Racconta Beniamino Marciano che il 3 aprile 1893 Antonietta,
costretta da tempo a letto da una forte bronchite, chiese di bere
dello champagne, che fu reperito con difficoltà, perché
era lunedì in albis; "trovato il vino ella mi disse
volerlo bere nel bicchiere a calice e subito la contentai: ne bevve
avidamente un primo e dopo un secondo bicchiere… Ma in quello
stato in cui ella era il vino la eccitò soverchiamente e
si dette a discorrere" (B. Marciano). Poi lui le chiese: "
Antonietta, mi ami?". Lei sorrise e a stento si udì
la risposta: "e me lo chiedi?" (F. Marcano). Furono le
sue ultime parole: Antonietta morì la mattina del giorno
successivo, a 76 anni. Ai suoi funerali parteciparono, con le fanciulle
e le maestre delle scuole, le associazioni operaie, garibaldine
e numerosi rappresentanti delle istituzioni.
Il comune di Gallipoli chiese al Marciano il ritratto
ad olio di Antonietta, dipinto dal Sogliano (ora esposto al Museo
civico della città, accanto ai ritratti del nipote Francesco
Valentino e di Antonio De Pace, zio di Antonietta ed insigne astronomo).
Lo stesso municipio intitolò alla patriota una via cittadina.
Nel 1959 le venne intitolato l'Istituto Professionale Femminile
di Lecce.
Fonti: www.ipdepace.it; www.storia.unina.it
A
cura di Angelo Monteduro
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