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Le Mappe Interattive del Salento by OtrantoVACANZE.com

 La taranta va in discoteca e danza col mondo

Indice degli articoli

Il Gruppo Zoè, protagonista del film "Sangue Vivo" del regista Edoardo Winspeare   Un canto di dolore senza fine che nasce dalle viscere dell'uomo e della terra. Una rilettura della pizzica-tarantata da una prospettiva moderna.
   Molti studenti stranieri vengono in Italia durante l'estate per approfondire la lingua e la cultura italiana. La maggior parte degli studenti scelgono mete più note al turismo internazionale come Roma, Firenze, Siena ma molti scelgono il Sud ed in particolare il Salento. Vengono qui spinti un po' da una certa curiosità trasgressiva, di vedere cosa c'è, dato che molte agenzie di viaggio internazionali scoraggiano questi studenti dallo scegliere mete del Sud Italia, per la cosiddetta vacanza-studio. Grazie a quelle poche notizie turistico-culturali che riescono a trovare su qualche brochure o su internet si fa viva in loro una convinzione o più che altro una sorta di presentimento che questa periferia d'Italia deve avere qualcosa di molto particolare, che forse vale la pena di conoscere, per avere una visione completa delle mille Italie che compongono il mosaico Italia.
   E così riescono ad arrivare fino ad Otranto, dove una volta arrivati, sperano di non pentirsi di essere venuti.
   Non c'è gruppo di studenti a cui non faccia fare un bagno totale nella cultura salentina.
   Dalla mia esperienza ho maturato la convinzione che il miglior modo di far percepire il Salento ad un "estraneo" è attraverso la sua musica e il fitto mondo di tradizioni popolari che ruotano attorno alla musica.
   Allora inizio le mie lezioni culturali con dei simboli ben definiti come una taranta di plastica, di quelle che si vendono sulle bancarelle dei venditori di giocattoli, un tamburello con nastri colorati e naturalmente la musica. E dopo averli trascinati, scalzi, (senza dare naturalmente alcuna spiegazione logica di cosa stiamo facendo o cosa stiamo danzando) in questa danza indiavolata, chiedo loro quali sono state le loro sensazioni.
   Mi affido prima di tutto alle loro percezioni sensoriali e istintuali e solamente dopo fornisco delle spiegazioni logiche e approfondimenti discorsivi.
   E con quell'italiano dall'accento straniero, mi dicono: "in questa danza c'è qualcosa di ipnotico, questo ritmo narcotizzante ci ha portato oltre", altri: "abbiamo sentito il contatto viscerale con la terra", altri ancora: "questa musica è un grido di dolore e al tempo stesso di reazione violenta, come si ci volesse liberare da qualcosa". Non vi pare che questi stranieri si siano avvicinati più di ogni altro alla storia, alla cultura, in una parola a questa terra?
   La musica che balliamo sempre in classe e nelle piazze durante il periodo della "Notte della Taranta", è la "pizzica-tarantata", molto somigliante, nella sua capacità di generare il trans e la dissociazione della personalità, al blues e alla macumba. La pizzica, come tutti i canti salentini, è metricamente costruita per essere suonata con il tamburello, che ne è anche lo strumento fondamentale ed è un coacervo di simbolismi: il cerchio di legno rappresenta il mondo, la terra, ma anche il cerchio magico-rituale in cui si svolge il rito; i sonagli di rame che disturbano il suono cadenzato, simbolizzano il disordine, l'irrazionale, il brutto, l'oscuro; e la pelle rappresenta la costante ritmica che serve a reintegrare la taranta nell'ordine delle cose e della vita quotidiana.
   Mi piacerebbe pensare che il suo ritmo ipnotico sia la droga antica e moderna dei Salentini ma sappiamo benissimo che per alcuni non è così.
   L'aspetto straordinario del tarantismo e comunque di tutto il folklore italiano, è che i protagonisti sono i giovani, laddove negli altri paesi europei il folklore è diventato sempre più il retaggio di tradizioni culturali imputridite e di radici ormai dimenticate perché sopraffatte dal mondo cosiddetto "moderno". Sono i giovani che nelle manifestazioni pubbliche come nelle feste dei santi, dove si esibiscono gruppi che ripropongono il repertorio musicale tradizionale ricercano la taranta.
   E la taranta è sempre in agguato, da secoli mai stanca di sedurli, e attraverso la seduzione li conduce nel difficile cammino, tutto giovanile, dell'individuazione di una identità personale, sociale e culturale e forse anche (come in passato) allo sfogo delle frustrazioni così da rientrare nell'ordine sociale per mezzo di un'altra via. Capita allora di sentire i ritmi della pizzica-tarantata misti a quelli del rap, dell'hip hop, della house music, della techno. Basti pensare ai Sud Sound System, o ai Nidi d'Aracne.
   E' proprio così, la taranta è la più grande seduttrice di tutti i tempi. Il suo sguardo é affascinante, nel senso etimologigo del termine latino"fascinum" che vuol dire incantesimo. La sua musica seduce e trova il suo più ideale interlocutore in chi, anima divisa, lacerata, frantumata, ha smarrito la sua identità. Essa è un'esperienza psico-fisica, totale, i cui ritmi permettono "sulla soglia della morte di dimenticare la morte". Il ritmo crudele non è altro che un mezzo per penetrare più profondamente in un mondo dove i limiti oggettivi delle sensazioni sono del tutto inesistenti; per la durata della danza le contraddizioni del mondo si dissolvono e la percezione gode per un attimo di una sinestesia dei sensi. La pizzica-tarantata diviene così quasi una modalità dell'"artificiale" (come la droga, se vogliamo fare un paragone banalizzante), un mezzo per ricostituire l'Assoluto armonico in questo mondo disarmonico. Essa diventa una reazione alla disarmonia. Questa danza procura una così forte corrente di impressioni, corrispondenze, analogie, rivelatori di significati profondi. E' un'esperienza eccessiva e si rivolge direttamente al corpo come unità psico-fisica.
  
Georges Lapassade, nel 1981 in una intervista, diceva: "Il tarantismo è insieme esorcismo e adorcismo. E' un modo ritualizzato di espungere da sé il negativo, ma è anche qualcosa che muove - come troviamo in molte culture pagane - dall'esigenza di integrare il male. Il tarantato si fa intermediario dell'alterità, di un modo interiore che appare popolato di tante voci diverse, fuori da un ordine permanente gerarchico. Entra in una dimensione di mezzo, per cui diventa come lo spazio e la voce dell'alterità, della diversità, di una divinità che parla molte lingue".
Eugenio Bennato considera la pizzica-tarantata come " uno splendido modello di danza liberatoria e dionisiaca, alla stregua di analoghe forme provenienti da altre regioni mediterranee (i balli del nord Africa e il flamenco, fra altri)".
   Un rito per funzionare deve poggiarsi su un mito condiviso dall'intera collettività. Qualcuno afferma che ormai i connotati culturali sono cambiati attraverso un processo di secolarizzazione del mito, e il rito ha perso ogni attiva potenza. Mai questa affermazione non è mai stata così parzialmente vera come nel caso del tarantismo. Il Salento balla ancora e da sempre: "Alcuni usano ballare nelle case; altri nei crocicchi delle vie; alcuni vestiti a festa, altri quasi seminudi; alcuni tenendo in mano i fazzoletti, o simili adornamenti femminili, altri reggendo pesanti arnesi della casa (...). Così scriveva alla fine del secolo scorso Giuseppe Gigli in Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d'Otranto.
   Oggi il fenomeno del tarantismo è divenuto continuo oggetto delle schermaglie interpretative dell'illustrissimo mondo accademico, terreno di baruffe continue tra intellettuali e saccenti che sfoderano schemi ideologici e interpretativi basati su letterature varie come quella demartiniana dei meccanismi attraverso cui la musica "guarisce".
   La "taranta" si prende beffe di tutto questo. E' ritornata, più forte che mai. Anzi, forse non se ne è mai andata. E nella gente, tra le gambe ("Santu Paulu meu de le tarante, pizzichi le caruse a mmenzu all'anche/Santo Paolo delle tarante, mordi le ragazze in mezzo alle gambe"), nella testa e come un morbo rode le viscere. Lo si può vedere negli occhi di certe persone, se li osserva attentamente, lì, intenta a tessere le proprie tele.
   Una cosa é certa, essa non si farà mai addomesticare, non sarà lei a cadere nella ragnatela a volte sterile delle elucubrazioni ideologiche. E' lei che cattura, fino a prova contraria, e non certo con lo strumento dei discorsi. La taranta è del popolo ed è figlia della sua sofferenza, è una voce che proviene dalla terra: i contadini cantavano chinati verso terra e i loro canti hanno quindi questa sonorità particolarissima, molto diversa, ad esempio, dalla vocalità napoletana che è invece aerea.
   La taranta é il simbolo possente, come nel film di Edoardo Winspeare "Sangue Vivo" di un tempo inquieto e inquietante, di una realtà tanto tragica (e il film la delinea benissimo quando evidenzia alcuni temi tutti salentini come la disoccupazione, il contrabbando, il commercio umano delle ragazze dell'est) quanto capace di sprigionare energie positive, di vera reazione creativa e trasformatrice di una realtà negativa che si riteneva ineluttabile.
   Come dire che la taranta, qui nel Salento, ha molte forme e molti colori.
  
"Genuit hic natura arachneum animal nocentissimum…", la natura vi ha generato (nella penisola salentina). Ballate Salentini, continuate a ballare e fate ballare il mondo!

Barbara Dimitri
porta.doriente@libero.it
Scuola Porta d'Oriente


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