Un
canto di dolore senza fine che nasce dalle viscere dell'uomo e della
terra. Una rilettura della pizzica-tarantata da una prospettiva
moderna.
Molti studenti stranieri vengono in Italia durante
l'estate per approfondire la lingua e la cultura italiana. La maggior
parte degli studenti scelgono mete più note al turismo internazionale
come Roma, Firenze, Siena ma molti scelgono il Sud ed in particolare
il Salento. Vengono qui spinti un po' da una certa curiosità
trasgressiva, di vedere cosa c'è, dato che molte agenzie
di viaggio internazionali scoraggiano questi studenti dallo scegliere
mete del Sud Italia, per la cosiddetta vacanza-studio. Grazie a
quelle poche notizie turistico-culturali che riescono a trovare
su qualche brochure o su internet si fa viva in loro una convinzione
o più che altro una sorta di presentimento che questa periferia
d'Italia deve avere qualcosa di molto particolare, che forse vale
la pena di conoscere, per avere una visione completa delle mille
Italie che compongono il mosaico Italia.
E così riescono ad arrivare fino ad Otranto,
dove una volta arrivati, sperano di non pentirsi di essere venuti.
Non c'è gruppo di studenti a cui non faccia
fare un bagno totale nella cultura salentina.
Dalla mia esperienza ho maturato la convinzione
che il miglior modo di far percepire il Salento ad un "estraneo"
è attraverso la sua musica e il fitto mondo di tradizioni
popolari che ruotano attorno alla musica.
Allora inizio le mie lezioni culturali con dei
simboli ben definiti come una taranta di plastica, di quelle che
si vendono sulle bancarelle dei venditori di giocattoli, un tamburello
con nastri colorati e naturalmente la musica. E dopo averli trascinati,
scalzi, (senza dare naturalmente alcuna spiegazione logica di cosa
stiamo facendo o cosa stiamo danzando) in questa danza indiavolata,
chiedo loro quali sono state le loro sensazioni.
Mi affido prima di tutto alle loro percezioni
sensoriali e istintuali e solamente dopo fornisco delle spiegazioni
logiche e approfondimenti discorsivi.
E con quell'italiano dall'accento straniero, mi
dicono: "in questa danza c'è qualcosa di ipnotico, questo
ritmo narcotizzante ci ha portato oltre", altri: "abbiamo
sentito il contatto viscerale con la terra", altri ancora:
"questa musica è un grido di dolore e al tempo stesso
di reazione violenta, come si ci volesse liberare da qualcosa".
Non vi pare che questi stranieri si siano avvicinati più
di ogni altro alla storia, alla cultura, in una parola a questa
terra?
La musica che balliamo sempre in classe e nelle
piazze durante il periodo della "Notte della Taranta",
è la "pizzica-tarantata", molto somigliante, nella
sua capacità di generare il trans e la dissociazione della
personalità, al blues e alla macumba. La pizzica, come tutti
i canti salentini, è metricamente costruita per essere suonata
con il tamburello, che ne è anche lo strumento fondamentale
ed è un coacervo di simbolismi: il cerchio di legno rappresenta
il mondo, la terra, ma anche il cerchio magico-rituale in cui si
svolge il rito; i sonagli di rame che disturbano il suono cadenzato,
simbolizzano il disordine, l'irrazionale, il brutto, l'oscuro; e
la pelle rappresenta la costante ritmica che serve a reintegrare
la taranta nell'ordine delle cose e della vita quotidiana.
Mi piacerebbe pensare che il suo ritmo ipnotico
sia la droga antica e moderna dei Salentini ma sappiamo benissimo
che per alcuni non è così.
L'aspetto straordinario del tarantismo e comunque
di tutto il folklore italiano, è che i protagonisti sono
i giovani, laddove negli altri paesi europei il folklore è
diventato sempre più il retaggio di tradizioni culturali
imputridite e di radici ormai dimenticate perché sopraffatte
dal mondo cosiddetto "moderno". Sono i giovani che nelle
manifestazioni pubbliche come nelle feste dei santi, dove si esibiscono
gruppi che ripropongono il repertorio musicale tradizionale ricercano
la taranta.
E la taranta è sempre in agguato, da secoli
mai stanca di sedurli, e attraverso la seduzione li conduce nel
difficile cammino, tutto giovanile, dell'individuazione di una identità
personale, sociale e culturale e forse anche (come in passato) allo
sfogo delle frustrazioni così da rientrare nell'ordine sociale
per mezzo di un'altra via. Capita allora di sentire i ritmi della
pizzica-tarantata misti a quelli del rap, dell'hip hop, della house
music, della techno. Basti pensare ai Sud Sound System, o ai Nidi
d'Aracne.
E' proprio così, la taranta è la
più grande seduttrice di tutti i tempi. Il suo sguardo é
affascinante, nel senso etimologigo del termine latino"fascinum"
che vuol dire incantesimo. La sua musica seduce e trova il suo più
ideale interlocutore in chi, anima divisa, lacerata, frantumata,
ha smarrito la sua identità. Essa è un'esperienza
psico-fisica, totale, i cui ritmi permettono "sulla soglia
della morte di dimenticare la morte". Il ritmo crudele non
è altro che un mezzo per penetrare più profondamente
in un mondo dove i limiti oggettivi delle sensazioni sono del tutto
inesistenti; per la durata della danza le contraddizioni del mondo
si dissolvono e la percezione gode per un attimo di una sinestesia
dei sensi. La pizzica-tarantata diviene così quasi una modalità
dell'"artificiale" (come la droga, se vogliamo fare un
paragone banalizzante), un mezzo per ricostituire l'Assoluto armonico
in questo mondo disarmonico. Essa diventa una reazione alla disarmonia.
Questa danza procura una così forte corrente di impressioni,
corrispondenze, analogie, rivelatori di significati profondi. E'
un'esperienza eccessiva e si rivolge direttamente al corpo come
unità psico-fisica.
Georges
Lapassade, nel 1981 in una intervista, diceva: "Il tarantismo
è insieme esorcismo e adorcismo. E' un modo ritualizzato
di espungere da sé il negativo, ma è anche qualcosa
che muove - come troviamo in molte culture pagane - dall'esigenza
di integrare il male. Il tarantato si fa intermediario dell'alterità,
di un modo interiore che appare popolato di tante voci diverse,
fuori da un ordine permanente gerarchico. Entra in una dimensione
di mezzo, per cui diventa come lo spazio e la voce dell'alterità,
della diversità, di una divinità che parla molte lingue".
Eugenio Bennato considera la pizzica-tarantata come " uno splendido
modello di danza liberatoria e dionisiaca, alla stregua di analoghe
forme provenienti da altre regioni mediterranee (i balli del nord
Africa e il flamenco, fra altri)".
Un rito per funzionare deve poggiarsi su un mito
condiviso dall'intera collettività. Qualcuno afferma che
ormai i connotati culturali sono cambiati attraverso un processo
di secolarizzazione del mito, e il rito ha perso ogni attiva potenza.
Mai questa affermazione non è mai stata così parzialmente
vera come nel caso del tarantismo. Il Salento balla ancora e da
sempre: "Alcuni usano ballare nelle case; altri nei crocicchi
delle vie; alcuni vestiti a festa, altri quasi seminudi; alcuni
tenendo in mano i fazzoletti, o simili adornamenti femminili, altri
reggendo pesanti arnesi della casa (...). Così scriveva alla
fine del secolo scorso Giuseppe Gigli in Superstizioni, pregiudizi
e tradizioni in Terra d'Otranto.
Oggi il fenomeno del tarantismo è divenuto
continuo oggetto delle schermaglie interpretative dell'illustrissimo
mondo accademico, terreno di baruffe continue tra intellettuali
e saccenti che sfoderano schemi ideologici e interpretativi basati
su letterature varie come quella demartiniana dei meccanismi attraverso
cui la musica "guarisce".
La "taranta" si prende beffe di tutto
questo. E' ritornata, più forte che mai. Anzi, forse non
se ne è mai andata. E nella gente, tra le gambe ("Santu
Paulu meu de le tarante, pizzichi le caruse a mmenzu all'anche/Santo
Paolo delle tarante, mordi le ragazze in mezzo alle gambe"),
nella testa e come un morbo rode le viscere. Lo si può vedere
negli occhi di certe persone, se li osserva attentamente, lì,
intenta a tessere le proprie tele.
Una cosa é certa, essa non si farà
mai addomesticare, non sarà lei a cadere nella ragnatela
a volte sterile delle elucubrazioni ideologiche. E' lei che cattura,
fino a prova contraria, e non certo con lo strumento dei discorsi.
La taranta è del popolo ed è figlia della sua sofferenza,
è una voce che proviene dalla terra: i contadini cantavano
chinati verso terra e i loro canti hanno quindi questa sonorità
particolarissima, molto diversa, ad esempio, dalla vocalità
napoletana che è invece aerea.
La taranta é il simbolo possente, come
nel film di Edoardo Winspeare "Sangue Vivo" di un tempo
inquieto e inquietante, di una realtà tanto tragica (e il
film la delinea benissimo quando evidenzia alcuni temi tutti salentini
come la disoccupazione, il contrabbando, il commercio umano delle
ragazze dell'est) quanto capace di sprigionare energie positive,
di vera reazione creativa e trasformatrice di una realtà
negativa che si riteneva ineluttabile.
Come dire che la taranta, qui nel Salento, ha
molte forme e molti colori.
"Genuit
hic natura arachneum animal nocentissimum…", la natura
vi ha generato (nella penisola salentina). Ballate Salentini, continuate
a ballare e fate ballare il mondo!
Barbara Dimitri
porta.doriente@libero.it
Scuola Porta d'Oriente
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