Il Salento è da sempre terra in cui i paesaggi campestri
abbondano e il panorama si presenta spesso caratterizzato dalle
coltivazioni di ulivi. Tale coltura ha avuto sempre una funzione
importante nell'economia e nella società locale tanto che
anche il Salento aveva la sua "via dell'olio". Si tratta
di un percorso che attraversa il Salento, nella sua parte più
larga, da Otranto a Gallipoli, attraversando i territori dei comuni
di Otranto, Uggiano La Chiesa, Giurdignano, Giuggianello, Sanarica,
Muro Leccese, Scorrano, Cutrofiano, Supersano, Casarano, Parabita,
Alezio e Gallipoli.
La creazione di tale percorso "istmico"
è da ricondurre verosimilmente a quella rete di strade più
o meno importanti, comprese nella cosiddetta Via Appia-Traiana,
che collegavano le maggiori città salentine in età
romana le quali rimasero inalterate ed in uso sino al medioevo.
Nel periodo compreso tra il XVIII e XIX sec.
il percorso fu denominato la Via dell'Olio per la grande importanza
che il porto di Gallipoli aveva assunto nel commercio di questo
alimento. Buona parte della produzione di olio dell'intera provincia
di Terra d'Otranto confluiva su tale arteria e da qui giungeva nella
cittadina jonica, per essere imbarcato e spedito in tutta Europa.
In genere, si trattava di olio lampante, cioè non utilizzabile
a fini alimentari, ma adatto per uso industriale.
I
luoghi e l'organizzazione
Parte del sottosuolo dei centri agricoli attraversati
dalla via dell'olio, ma anche di quelli in cui era concentrata e
la produzione di olive e olio, era scavato; in questi antri, creati
nel sottosuolo, avevano sede i frantoi ipogei, chiamati nel dialetto
locale "trappiti" (dal latino trapetum = frantoio, torchio),
vero e proprio epifenomeno della civiltà e della cultura
contadina del Salento.
Questo strano e primitivo modus industrioso, più
che industriale, uno dei principali pilastri dell'economia dell'epoca,
era dovuto a due principali motivi: la friabilità della roccia
che consentiva agevolmente di essere scavata, la necessità,
non secondaria, di ricreare un ambiente secco e caldo per facilitare
il distacco dell'olio dalla pasta macinata delle olive.
In tutto il Salento vi sono numerosi frantoi la
cui struttura rivela l'evoluzione della produzione. Si passa infatti
dai frantoi ipogei, risalenti circa al 1800, ricavati all’interno
di banchi tufacei o calcarei, scavati a mano dai “foggiari”,
ai frantoi semi-ipogei, realizzati dal 1800 al 1900, in cui la copertura
rocciosa dei frantoi ipogei, il cui spessore variava tra gli 80
cm e i 2 metri, cede il passo a coperture, eseguite con conci in
carparo, poggiate direttamente sulla roccia o su muratura di varia
altezza che potevano essere al di sopra o al di sotto del piano
di campagna. Dai primi anni del 1900, infine il frantoio assume
un aspetto più industriale nel vero senso del termine e la
sua struttura emerge definitivamente.
Il frantoio si presenta sotto diverse tipologie,
riconducibili ad un modello unitario utilizzando, come paradigma,
l'uso cui erano destinati i diversi ambienti al suo interno. Vi
erano, infatti ambienti che venivano utilizzati come deposito delle
materie prime, spazi di lavoro e in cui soggiornare nei rari momenti
di pausa, spazi per cucinare e dormire. Non mancava mai uno spazio
per gli animali utilizzati per muovere le pesanti macine per la
molitura delle olive, i veri motori dei frantoi.
Questi ambienti, nonostante fossero molto bui
(la luce entrava da fori praticati nella volta del vano principale),
venivano abitati per 5-6 mesi, generalmente dalla fine del mese
di ottobre al primo plenilunio di primavera, da operai impegnati
nelle operazioni di molitura. Inutile dire che il tenore di vita
e il ritmo di lavoro che vi si conduceva era a dir poco estenuante
e gli operai tornavano nelle loro case solo in occasione delle festività.
L'organizzazione del frantoio, infatti, per prevenire i furti di
olio o di olive, non prevedeva che il personale potesse abbandonare
la struttura; l'ingresso nel trappeto era interdetto addirittura
ai contadini che vi si recavano per portarvi le olive per la molitura.
Le operazioni di conferimento avvenivano solitamente in strada dove,
attraverso le "sciave", sorta di camini scavati nella
pietra che collegavano la strada al frantoio, le olive venivano
introdotte all'interno del frantoio in attesa della lavorazione.
Gli operai, solitamente, non erano altro che marinai
i quali, non potendo andar per mare durante i mesi della stagione
rigida, ed essendo avvezzi ad una vita solitaria, venivano reclutati
stagionalmente per le operazioni di molitura. In questo modo si
spiega anche l'origine e l'utilizzo di termini marinareschi. I frantoi
ipogei sono rimasti in attività fino a pochi decenni orsono
e con essi la struttura organizzativa e il modello produttivo. L'organizzazione
del trappeto era basata su quattro "trappitari" che svolgevano
il proprio lavoro sotto la direzione del "nachiro" (nocchiere).
I
mezzi e le tecniche
Cuore e vero e proprio motore del frantoio era
la vasca di frantumazione delle olive, al centro della quale girava
la macina ("petra te trappitu"), un blocco unico di pietra
a forma cilindrica che, azionata da un mulo, serviva allo schiacciamento
delle olive.
Dopo la frantumazione, la pasta che ne risultava
veniva riposta in dei "fisculi", contenitori di corda
intrecciata e di forma schiacciata, che fungevano da filtro e, impilati,
venivano messi sul torchio piccolo per subire una prima spremitura.
La seconda spremitura, basata sullo stesso sistema delle pile di
fisculi, veniva effettuata con un torchio più grande. A volte
succedeva che i fisculi sotto la pressione spanciassero perciò
si usava una leva di legno, detta "bardasciola", con la
quale il nachiro raddrizzava la colonna dei fisculi.
Alla base del torchio una pietra solcata da un
canale serviva a far scorrere il prodotto ottenuto in una vasca
cilindrica sottostante, detta "ancilu", comunicante, a
sua volta, con una cisterna.
Tutto questo procedimento potrebbe apparire eccessivamente
elaborato ma non è privo di motivazioni. Si basava infatti
sul diverso peso specifico di olio e sansa: l'olio, più leggero,
rimaneva in superficie, mentre la sansa veniva lasciata sul fondo.
Per essere smaltita più agevolmente, la sansa, dopo aver
raccolto l'olio, veniva fatta scorrere nell'altra cisterna, chiamata
"inferno" a causa del calore prodotto dalla fermentazione.
Tale ingegnoso sistema fu ulteriormente migliorato.
Accadeva molto spesso, infatti, che insieme all'olio venisse raccolta
un po' di morchia che occorreva separare dall'olio. A tal fine veniva
impiegata dell'acqua che, frapponendosi fra l'olio e la morchia,
separava nettamente le due sostanze.
Approfondimenti
Chi desideri approfondire l'argomento consigliamo
di visitare l'ottimo sito dell'Arch. Pino De Nuzzo www.pinodenuzzo.com
e le seguenti pubblicazioni: "Il trappeto sotterraneo in terra
d'Otranto" di Lucia Milizia Fasano, edizioni Capone e "Frantoi
ipogei del Salento" di Antonio Monte, edizioni del Grifo.
Angelo Monteduro
angelomonteduro@otrantovacanze.com
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