La
pizzica-taranta
La danza dei tarantati, da molti studiata e documentata
a partire dal XIV secolo col nome di tarantismo (o malattia della
danza), non era un fine ma un mezzo a disposizione del popolo salentino
per poter uscire o liberarsi dalle miserie e dai dolori personali
e sociali da cui era affetto. Il medico tedesco J. F. Hecker ricorda
nella sua pubblicazione del 1838 dal titolo Danzimania (nuova edizione
Besa, Nardò, 2001),che: "dal Medioevo al '600, per ben
sedici volte la popolazione dell'Italia meridionale fu colpita da
peste ed epidemie. Verso la fine del '400 chiunque fosse stato morsicato
dal ragno velenoso (o si credesse tale) presentavasi ogni anno ovunque
risonava l'allegra tarantella. Quivi accorrevano in folla le donne
curiose, e contraevano la malattia, non del Morso ma del veleno
morale, e la cura dei tarantati divenne, a poco, a poco, una vera
festa popolare, che aspettavasi colla più viva impazienza."
E non dimentichiamo neanche, che nel nord Europa, nello stesso periodo,
interi villaggi erano contagiati dai danzatori del Ballo di S. Vito
e del Ballo di S. Giovanni. Da allora fino a oggi studiosi di scienza
medica ed autorità ecclesiastiche sono intervenuti per smentire
la credenza popolare dei poteri miracolosi sia della musica che
dell'acqua del pozzo della cappella di S. Paolo a Galatina contro
il veleno della famosa Lycosa Tarentula. Non danze, canti e tamburi
erano il rimedio contro quel veleno, ma la fede e la medicina. Ma,
nonostante i rimedi medici e la protezione dei Santi (Paolo, Giovanni,
Donato, Vito, Pantaleo) in molti abitanti del Salento è rimasta
viva e forte la paura del morso dell'animale velenoso (Latrodectus
o Vedova nera, serpente o scorpione), e altrettanto forte è
rimasto, fino a pochi decenni fa, il bisogno di ricorrere alla pizzica
- danza, canto e tamburello - per cercare una soluzione alla propria
sofferenza.
È interessante notare come, ancora negli
anni cinquanta, l'etnomusicologo M. Schneider nel suo libro La danza
de la Spada y la Tarantela, del 1948 sostenesse: "Quanto alla
tarantella, sarebbe una di quelle danze "animaliere" nelle
quali i partecipanti pretendono d'identificarsi con certi animali
considerati come l'incarnazione degli spiriti dei morti che, quando
sono scontenti, arrecano agli uomini la malattia e la morte […]
Si opera con queste danze una sorta di autovaccino ritmico che apporta
beneficio al malato. Adattando il ritmo alla malattia o identificandosi
allo "spirito" o all'animale che ha causato la malattia,
questo viene riconosciuto e combattuto da sé attraverso l'inversione
di tutti i valori. Una volta parzialmente assoggettate al medico
- danzatore o cantante - le forze distruttrici servono a combattere
e a eliminare completamente queste stesse forze negative che hanno
eletto domicilio nel corpo del malato […]" Ed elencasse
le venti manifestazioni stravaganti che raccolgono tutto il repertorio
di danze curative (le antiche danzimanie) descritte dalle fonti
scritte e orali.
Le manifestazioni stravaganti: "1 - I tarantolati
saltano, dormono, cantano, scavano buchi nella terra, li riempiono
d'acqua e vi sguazzano come dei maialini. - 2 - Essi tuffano nell'acqua
le mani, le braccia, la testa e il collo e si comportano come anitre.
- 3 - Essi si piazzano al centro di un cerchio di persone e brandiscono
delle conchiglie piene d'acqua ornate di erbe verdi. - 4 - Essi
si divertono tra le tombe, discendono nelle fosse e si mettono dentro
una bara. - 5 - Sbattono le ginocchia e si rotolano per terra come
se fossero epilettici. - 6 - Sospirano, gridano e urlano come dei
cani o immaginano d'essere dei pesci. - 7 - Perdono la memoria o
la voce. - 8 - Prendono degli specchi e vi si guardano sospirando
profondamente. - 9 - L'ora in cui provano più sollievo si
colloca in prossimità del mezzogiorno. - 10 - Si appendono
a degli alberi dai piedi, col capo all'ingiù. - 11 - Sono
alleviati dal canto delle rondini e delle lavandaie. - 12 - Non
possono coricarsi o riposare senza tenere nelle mani una conchiglia
o un vaso di vetro pieno d'acqua. - 13 - Sono alleviati dal trotto
di un asino. - 14 - Credono talvolta di essere dei Re, talvolta
dei Soldati o dei Pastori. Tengono dei discorsi magniloquenti e
reclamano dei vestiti lussuosi e di colori chiassosi. - 15 - Portano
delle foglie di vite. - 16 - Hanno orrore dei colori scuri, mentre
piace loro particolarmente il colorito roseo. - 17 - È legata
a quest'amore per il colore rosso una forte nota erotica e ad un
certo momento una specie d'idrofobia o per lo meno una marcata avversione
per l'acqua chiara. - 18 - Chiedono d'esser frustati (piedi, schiena).
- 19 - Una certa musica o danza chiamata catena può essere
sostituita alla tarantella. - 20 - Prendono delle spade con le quali
saltano, danzano, simulano una lotta. Mormorano degli incantesimi
e prendono la spada nella bocca o si sdraiano su di essa.".
La pizzica de core
(o pizzeca-pizzeca)
Questa danza, giunta fino ai
nostri giorni, principalmente attraverso la memoria orale, presenta
le figurazioni specifiche delle danze saltate a coppia con un tema
amoroso, di corteggiamento o scherzoso. Secondo le indicazioni dei
più anziani, è l'uomo che saltellando con maestria
gira intorno alla donna che invece mantiene un atteggiamento fiero,
ma staccato e si serve del fazzoletto come elemento di contatto
e comunicazione. Le azioni si compongono di saltelli ritmici laterali
o frontali alternati, con il piede d'appoggio che viene presentato
al partner a mo' d'invito. In alcuni momenti il piede batte il suolo
ritmicamente insieme con il tamburello che accompagna la danza:
alcuni lo riferiscono al gesto di schiacciare il ragno, altri ad
una richiesta di attenzione. Una delle più remote descrizioni
della pizzica risale al Ceva Grimaldi,che nel suo Itinerario da
Napoli a Lecce,del 1818, sosteneva: "Diremo, esser le danze
frequenti e lietissime in tutta la Terra d'Otranto. Le donne ballano
con molta leggiadrìa, gli uomini senza affettazione: ma la
Pizzica, che può dirsi danza salentina, è tra le più
gentili che abbia mai Tersicore insegnata a' suoi diletti adoratori:
ci piace darne la descrizione. Una donna incomincia a carolar sola;
dopo pochi istanti ella getta un fazzoletto a colui che il capriccio
le indica, e lo invita a danzar seco. Lo stesso capriccio le fa
licenziar questo e chiamarne un'altro, e poi un altro, finché
stanca va a riposarsi. Allora rimane al suo ultimo compagno il diritto
d'invitare altre donne, ed il ballo continua in tal modo sempre
più variato e piacevole. Guai al mal'accorto che la curiosità
conduce al tiro del fazzoletto fatale: la sua inespertezza, la grave
età non gli possono servire di scusa; un dovere di consuetudine
l'obbliga a non ricusare l'invito che riceve. La gioia dei circostanti
è accresciuta da questo ridicolo spettacolo, e le maliziose
danzatrici ridono del magico potere che la bellezza esercita nel
mondo".
È noto che, nella cultura popolare, siano
i danzatori a modificare i movimenti delle danze secondo le occasioni
e le funzioni proprie del momento, del contesto, e più che
delle vere e proprie regole coreografiche, sia il ripetersi di situazioni,
in questo caso piacevoli (feste, ricorrenze, matrimoni), a determinare
movimenti danzati che esprimono gioia, entusiasmo e sentimenti amorosi.
Una rara fotografia (o immagine su lastra) degli inizi del Novecento,
ripresa da G. Palumbo, nelle campagne della Grecìa salentina,
raffigura alcuni contadini intenti al ballo della Tarantella, accompagnati
da un flauto, un'armonica a bocca ed un tamburello suonati da dei
ragazzi.
Nell'immagine, ricomposta dal fotografo durante
la sua indagine sulla civiltà contadina, ritroviamo le posizioni
frontali delle due coppie miste, in atteggiamento di danza con un
piede che avanza l'altro. Nell'O.N.D. Danze Popolari Italiane, del
1935, troviamo un'altra descrizione della pizzica "La Pizzica-pizzica
è una danza popolare di struttura semplice e schematica;
le figurazioni sono poche e l'interesse sta nella resistenza dei
ballerini a seguire il ritmo crescente. Questa antichissima danza
caratteristica molto diffusa tra il popolo barese, viene eseguita
in liete circostanze: Battesimi, Matrimoni, raccolta del grano,
spannocchiatura, vendemmia, feste campestri ecc. Accompagnata da
qualche strumento (chitarra, fisarmonica, tamburella, ecc.) una
voce sola su parole improvvisate, canta con foga la Melodia ...mentre
tutti gli astanti segnano il ritmo battendo le mani. Per turno la
stessa Melodia viene ripresa da altri convitati; il ritmo della
danza va sempre più aumentando in intensità e vivacità
sino a culminare in un grido (a coro) di esultanza che ne segna
la fine."
Nel D.E.U.M.M. (Dizionario Enciclopedico della
Musica e dei Musicisti), Torino, UTET, 1983, a pag. 656, leggiamo,
infine la più recente definizione di Pizzeca-pizzeca dovuta
a D. Carpitella: "Tarantella pugliese in cui ogni donna balla
successivamente con due uomini (e viceversa), al suono di una canzone
accompagnata da strumenti quali la chitarra battente, la fisarmonica,
la cupa-cupa, il tamburello. È eseguita in occasione di feste
paesane oppure per la terapia musicale del tarantismo".
La
pizzica-scherma
(o danza-scherma)
È ancora frequente, oggi, questa forma
di danza popolare in provincia di Lecce, in località Torrepaduli,
frazione di Ruffano, in occasione della Fiera del bestiame e della
Festa patronale di san Rocco, che ricorre tra il 15 ed il 16 agosto
di ogni anno. Oggi che le fiere hanno perduto in parte il loro ruolo
prettamente economico, questa di Torrepaduli è diventata
l'occasione di una tipica festa di mezza estate con le tradizionali
processioni, luminarie, bande musicali, bancarelle e fuochi d'artificio,
dove si beve, si mangia e ci si può divertire in famiglia
o in compagnia. Una volta era l'appuntamento più atteso dell'anno
per contadini, allevatori, artigiani e pastori, che si scambiavano
merci, bestiame, terreni e spesso regolavano i propri conti anche
con mezzi non sempre leciti. Passata la mezzanotte, si formavano
grandi ronde di suonatori di tamburelli, che per l'occasione avevano
acquistato un tamburello nuovo, ed all'interno di queste, mentre
veniva scandito l'incessante ritmo delle pizziche salentine, si
alternavano coppie di danzatori-sfidanti, che dopo un invito definito
da una particolare stretta di mano, iniziavano una danza schermata,
con attacchi e parate simulate dalle dita delle mani puntate come
coltelli, che si concludeva puntualmente con l'eliminazione di uno
dei due contendenti. Mentre continuava la gara di resistenza dei
suonatori, le sfide proseguivano fino all'alba con toni scherzosi
e provocatori. Ma dietro questo apparente clima di festa e divertimento
si veniva regolando ogni volta la superiorità territoriale
(ad esempio riguardo alla posizione delle bancarelle o dei luoghi
di vendita) o famigliare di un gruppo sull'altro: non mancavano
i gruppi di zingari, o commercianti di cavalli, provenienti dai
paesi dell'est e poi stabilitisi nel meridione d'Italia, che si
distinguevano per lo stile e la particolarità dei loro movimenti
danzati. Nell'ambiente e nel tempo della festa tutto era, ed è
possibile e tutto è permesso, e quindi alle sfide partecipavano
anche gruppi di malavitosi o ex-carcerati che sapevano destreggiarsi
abilmente nei duelli appresi nei loro clan. A sostegno di questa
origine trasversale della danza-scherma, vale la testimonianza dal
carcere di Castellammare A. di Antonio Gramsci che in una sua lettera
datata 11 aprile 1927, racconta di avere assistito personalmente
ad un'Accademia di scherma effettuatasi, nella caserma dei carabinieri,
tra detenuti: "...Ancora due giorni con 60 detenuti. Vengono
organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore; i Romani
improvvisano una bellissima accademia di recitazione, Pascarella
e bozzetti popolari della malavita romana. Pugliesi, Calabresi e
Siciliani svolgono un'accademia di scherma del coltello... Siciliani
contro Pugliesi, Pugliesi contro Calabresi. Non si fa la guerra
tra Siciliani e Calabresi, perché tra i due stati gli odi
sono fortissimi e anche l'accademia diventa seria e cruenta... I
Pugliesi sono maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con
una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata per superare
tutte le altre tecniche. Un vecchio Pugliese di 65 anni, molto riverito,
…sconfigge tutti i campioni degli altri stati; poi come clou,
schermisce con un altro pugliese, giovane di bellissimo corpo e
di sorprendente agilità... e per mezz'ora sviluppano la tecnica
normale di tutte le scherme conosciute... Tutto un mondo sotterraneo,
complicatissimo, con una vita propria di sentimenti,di punti di
vista, di punto d'onore, con gerarchie ferree e formidabili, si
rivelava per me. Le armi erano semplici: i cucchiai, strofinati
al muro, in modo che la calce segnava i colpi nell'abito".
Attualmente, nella notte del 15 agosto a Torrepaduli, si vedono
raramente duelli di danza-scherma fra anziani schermatori: prevalgono
i momenti di pizzica de core alternati con qualche azione schermata
da parte di giovani delle famiglie degli zingari o dei contadini
più esperti. La massiccia presenza di turisti e curiosi configura
questa forma danzata, come una dimostrazione di spettacolari abilità
a cui assiste il folto pubblico della festa.
Giorgio Di Lecce
giorgiodilecce@libero.it
Associazione
Arakne Mediterranea
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