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Otranto
cristiana aveva raggiunto il suo momento significativo di splendore
nei secoli X-XV. Varie espressioni lo attestano: la costruzione
della Cattedrale nel 1088 con il mosaico pavimentale del 1165; il
fiorente monastero italo-greco di San Nicola di Casole; la vivace
scuola Talmudica; una scuola pittorica molto rinomata nelle maestranze.
Tutto questo splendore venne interrotto, quasi per
incanto, nel luglio del 1480 ad opera di Akmet Pascià, inviato da
Maometto II per nuove conquiste ed estendere il regno di Allah in
Italia ed anche in tutta l'Europa.
Avvertito dei preparativi turchi, Ferdinando d'Aragona,
Re di Napoli, cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto.
Ma il 28 luglio l'armata turca partita da Valona con 90 galee, 15
maone, 48 galeotte e 18.000 soldati, giunse a Otranto. La gravità
della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri
per resistere all'attacco. Anche il re di Napoli, prontamente informato
della situazione, cercò di venire in soccorso ad Otranto, ma non
riuscì ad organizzare niente di concreto per la difesa.
Otranto resistette per quindici giorni ai vari assalti
dei Turchi e all'incalzare delle catapulte; i Turchi tentarono anche
la scalata delle mura della città eroicamente difese dai cittadini
di Otranto e da un manipolo di soldati.
Alla fine le truppe ottomane riuscirono ad aprirsi
un varco nelle mura e si precipitarono urlando dentro
la città. Il terreno fu ceduto palmo a palmo. I capitani Francesco
Zurlo e Gianantonio Delli Falconi caddero eroicamente mentre cercavano
di contenere l'attacco nemico. Ultimo rifugio per i cittadini di
Otranto ormai allo stremo fu la Cattedrale, mentre i soldati uccidevano
e distruggevano tutto coinvolgendo giovani e anziani.
Dentro la Cattedrale l'arcivescovo Stefano Pendinelli
insieme con i sacerdoti, i frati e le religiose, confortava il popolo,
prostrato e tremante, con la santa Eucaristia, cibo per il viaggio.
I tentativi di resistenza furono vanificati dall'impetuosa violenza
turca. Entrati nel tempio, uccisero sulla cattedra l'Arcivescovo
Stefano Pendinelli insieme con sacerdoti, religiosi e altri del
popolo.
L'avvicinarsi dell'esercito aragonese impedì di portare
subito l'attacco a Lecce e Brindisi, ma scatenò nel Pascià il desiderio
di vendetta sugli Otrantini.
Akmet Pascià radunò i superstiti dai quindici anni
in su e, attraverso un interprete, fece loro la proposta: "O
rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce".
Ed uno di essi, tal Antonio Primaldo Pezzulla, cimatore di panni,
rispose: "Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi
genere di morte, anzichè rinnegarlo".
E poichè uno soltanto aveva risposto, il Pascià
fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito
gridarono in coro: "In nome di tutti ha risposto uno solo:
siamo pronti a subire qualsiasi morte anzichè abbandonare Cristo
e la fede in Lui" (dai "Commenti sull'Apocalisse"
di Pietro Colonna detto il Galatino Presbitero - Cod. Vat. Lat.
5567, foll. 147-148).
Ottocento volte "no"! L'orrenda carneficina
ebbe inizio sul Colle della Minerva proprio da Antonio Primaldo,
decapitato per primo. Il suo tronco rimase in piedi fino alla conclusione
dell'eccidio. Ci provocò la conversione del carnefice Berlabei, condannato
poi all'impalazione.
Dopo tredici mesi Otranto venne riconquistata dagli
Aragonesi e il 13 ottobre 1481 i corpi dei santi Martiri, trovati
incorrotti, furono successivamente portati nella Cattedrale di Otranto
ed alcuni anche nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello in Napoli.
Il popolo si rese conto del martirio e cominci ad invocare i Martiri
con l'appellativo di Santi. Questo fatto unito ad altre esterni
(richiesta di reliquie, Messa in loro memoria, festa il 14 agosto,
preghiere speciali), indusse l'autorità ecclesiastica locale ad aprire
il processo canonico per il riconoscimento ufficiale del culto da
parte della Chiesa.
Il processo iniziato il 1539 dall'Arcivescovo di Otranto
Pietro Antonio de Capua, si concluse il 14 dicembre 1771 con il
decreto del Papa Clemente XIV, che dichiarava Beati i Martiri di
Otranto. Attualmente la causa per la canonizzazione dei Beati Antonio
Primaldo e Compagni, martiri di Otranto, ha concluso la fase diocesana.
Gli atti del processo diocesano sono presso la Congregazione delle
Cause dei Santi a Roma la quale, dopo gli iniziali adempimenti di
ricognizione canonica ha portato a termine, con esito favorevole,
la fase di studio con la "Relazione e i pareri" sulla
Seduta dei Consultori Storici e la "Conclusione" del Relatore
Generale del 27 ottobre 1998.
I
documenti
Dai "Commenti sull'Apocalisse" di Pietro Colonna detto
il Galatino, Presbitero - Cod. Vat. Lat. 5567, foll. 147-148.
Riferir
poche cose viste con i miei occhi. Espugnata Otranto, città della
Provincia di Calabria, detta anche Japigia o Salentina, i Turchi,
appena v'entrarono irruppero con grande violenza nella Chiesa cattedrale
e uccisero numerosi tra i sacerdoti che stavano celebrando il sacrificio
eucaristico. E giunti vicino all'Arcivescovo (Stefano Pendinelli)
che era sulla sua cattedra episcopale vestito dei paramenti pontificali
e con in mano la croce (...), uno di loro, impugnata la scimitarra,
gli staccò la testa con un solo colpo. E così decapitato sulla propria
cattedra, diventò martire di Cristo, nell'anno del Signore 1480,
il giorno 11 di agosto.
Al terzo giorno, il comandante dell'esercito, che i Turchi
chiamano "Pascià", ordinò che tutti i cristiani di sesso
maschile, qualunque et essi avessero al di sopra dei quindici anni,
fossero portati al suo cospetto, in una località chiamata "Campo
di Minerva", distante circa un miglio dalla città, dove egli
era ancora attendato.
Ed essendo stata condotta dinanzi a lui una moltitudine
quasi innumerevole di cristiani, fece rivolgere loro (dall'interprete)
la domanda per quale delle due scelte essi volessero optare: o rinnegare
la fede in Ges Cristo, o morire di morte atroce.
Ed uno di essi, che gli era pi vicino, rispose
"Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere
di morte, anzichè rinnegarlo".
E poich uno soltanto aveva risposto, il Pascià
fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito
gridarono in coro: "In nome di tutti ha risposto uno solo:
siamo pronti a subire qualsiasi morte anzichè abbandonare Cristo
e la fede in Lui".
E si sentì un mormorio tra di loro per lo spazio
di circa un'ora, mentre si esortavano a vicenda e dicevano: "Moriamo
per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la
sua santa fede". Allora il Pascià, stravolto dall'ira, comandò
che tutti, sotto i suoi occhi, fossero passati a fil di spada.
A
cura dell'Arcidiocesi di Otranto
in occasione delle celebrazioni religiose.
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