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 I luoghi e la storia

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 Scillace di Carianda (360 a. C.) ci tramanda che nella Iapigia abitano i Greci e le città sono: Eraclea, Metaponto, Taranto ed il porto di Otranto. Nel Mediterraneo si distinguono le città con il porto e le città porto, dice Predrag Matvejevic: "Otranto, il punto più a Oriente d'Italia è da millenni una città-porto". Ciò è cifra della struttura e dell'esistenza stessa di questo luogo, da sempre porta per l'Europa e per l'Oriente. Mai gli idruntini si allontanarono dal mare, quelli che lo fecero vi furono costretti da mille circostanze.
   Basta osservare le masserie per accorgersene, prendiamo ad esempio Ceppano e Cerra. La prima è una realtà concepita nell'ottica dei pastori-allevatori, la seconda è propriamente agricola; ebbene entrambe dialogano con il mare, sembrano quasi essere nate esclusivamente per il mare.
   Non vi è alcun motivo apparente che giustifichi queste scelte se non quello della inevitabilità del confronto. Il mare ad Otranto sovrasta, è ineliminabile, elemento imprescindibile che nemmeno secoli di agricoltura sono riusciti a far dimenticare; esso penetra allo stesso modo dai vicoli del centro storico e dalle finestre degli antichi palazzi come la luce dalle feritoie del castello.
   Le case del novecento si riconoscono subito per le vetrate, le ampie finestre, i balconi: il mare, abbondando, perde di significato. Lo ha compreso in maniera eccezionale Umberto Riva, l'architetto che ha progettato palazzo Miggiano, l'unica casa contemporanea in cui il mare è veramente elemento vivo e palpabile, intrecciandosi in un gioco di feritoie e piccole luci.
   Il numero dei porti è impressionante, quasi a voler moltiplicare il rapporto tra il navigare e l'abitare: porto Grande, Porticeddri, Castellana, Canalone Imperia, Santo Stefano. Ogni insenatura, ad Otranto, quasi ogni scoglio, ha un nome proprio, una scienza che studi questa "antropologia del territorio" sarebbe preziosa per comprendere il Mediterraneo ed i suoi misteriosi intrecci. Esiste una zona di scogliera, a sud della città, chiamata Dalmazia, un dato chiarito dal fatto che le compagnie di navigazione dalmate operavano in Otranto.
   I dati storici si sovrappongono ai misteri classici dell'universo meridiano. Il "Bastione dei Pelasgi" inserisce il Salento tra le terre teatro delle migrazioni del misterioso popolo di cui i Greci narrarono senza sapere nulla "...della loro lingua religione residenza" attribuendogli finanche il muro di Atene.
   La città, luogo di seduzione infinita, può essere visitata distrattamente solo ai turisti frettolosi ed a coloro che sono attratti dalle bancarelle dei mercatini, gli altri, ne vivono inesorabilmente il fascino che li accompagnerà per sempre.
   Sono molti i luoghi che, osservati attentamente, regalano visioni di mondi perduti: le Grotte dei Cervi, di epoca neolitica, in cui i graffiti di sangue e guano sembrano narrare di ancestrali riti d'iniziazione; i megaliti che dal Capo d'Otranto s'inoltrano nell'interno della penisola salentina; i resti della civiltà dei Messapi, degli Iapigi, degli Haethey, i riferimenti ai misteriosi Pelasgi ne costituiscono la storia delle origini. Il nome è di derivazione greca, costituito dalle parole acqua e monte. Anche lo sguardo del visitatore più distratto sente subito la forza che ad Otranto producono la sedimentazione e l'intreccio delle innumerevoli "tracce di passaggio" di popoli e idee.
   Percorrendo il centro storico della città, dove strade e vicoli si inseguono dando luogo ad innumerevoli dialetti architettonici, incontriamo Lei, «La Signora di Otranto», come la chiamava Maria Corti. Lla Basilica Cattedrale (XI sec.), grazie al rigore formale tipico del romanico gotico pugliese, riesce a dare forma spaziale all'elemento più incorporeo che esista: la luce. L'interno riserva una forza superiore alle nostre stesse più grandi aspettative, un pavimento musivo che racchiude sia la sacralità cristiana che il concetto stesso del Sacro. Prete Pantaleone e le altre maestranze chiamate da Guglielmo il Malo, avranno avuto sicuramente l'incarico di comporre una biblia pauperum, ma non lo fecero. Costruirono,invece, un insieme di simbologie e leggende attinenti al sacro, al cristianesimo universale, cosmico. Così il grande Arbor Vitae, che si regge sugli elefant e termina con Adamo ed Eva, è l'Axis Mundi, l'Albero della croce piantato sul Calvario, l'albero della conoscenza del Bene e del Male: comprende in se tutti gli alberi sacri.
   Gli elefanti, per coincidentia oppositorum sono sia la purezza che i peccatori; l'Apocalisse di S. Ippolito ha ispirato il leone quadricorpore; il Roman d'Alexandre, l'Imperatore che sale al cielo tendendo le esche ai grifoni; Noè, il diluvio, la sirena bicaudata, l'ovus mundi. Dai tappeti e drappeggi orientali nascono i tondi del transetto che ospitano i mesi e lo zodiaco, copiano il rumi islamico cosparso di figure fantastiche; presso l'altare, temi biblici e mitologici insieme; nella navata destra Atlante regge il mondo sostituito da una rosa dei venti, nella sinistra gli inferi anticipano di secoli le visioni dantesche; e poi Re Artù ed il Graal, Salomone e la regina di Saba.
   Nella navata destra una cappella conserva le ossa dei martiri decapitati nel 1480 dai turchi, la forza visiva dell'insieme è moltiplicata dalle suggestioni letterarie: "L'ora di tutti" di Maria Corti, "Nostra Signora dei Turchi" di Carmelo Bene ed il recente "Otranto" di Roberto Cotroneo.
   Al di sotto troviamo una cripta che ci sorprende con un labirinto di colonne e capitelli sempre diversi, una Madonna nera Odigìtria guarda il piccolo altare.
   In un piano ancora inferiore si sviluppa un ipogeo (non ancora visitabile) scoperto di recente, molto simile a quello esitente nella Valle delle Memorie. Quest'ultimo presenta un dromos e numerosi arcosoli, nei dintorni, numerose cripte di monaci italo-greci, testimonianza del fervore religioso che infusero in questa terra i primi cristiani.
   Otranto offre un numero impressionante di laure, alcune, come il S.Nicola, il Padre Eterno, il S. Angelo sono affrescate. Ma l'impronta più tangibile della chiesa orientale in Otranto è l'Edicola bizantina di S. Pietro, costruita nei sec. V-VIII e poi ricostruita verso il XII sec. è una tipica chiesa bizantina, a croce greca con cupola centrale, interamente affrescata, testimonia il coesistere in Otranto sia del rito greco che di quello latino.
   Solitari ed imponenti svettano, poco a sud della città, i resti dell'antica Abbazia di San Nicola de Casulis (VIII - XII sec.); cenobio basiliano in cui operavano copisti e scrittori come Nettario di Casole.
   Il castello, ricostruito nel 1481, l'anno in cui le truppe di Alfonso d'Aragona liberano la città dai musulmani, è uno degli esempi più significativi dell'evoluzione dell'architettura militare nel rinascimento. L'Aragonese, sorpreso dalla sconfitta tragica del 1480, affianca a Ciro Ciri il genio dell'architettura militare italiana: Francesco di Giorgio Martini. Ne nasce un'opera intermedia in cui resistono elementi architettonici ormai inutili (come i beccatelli) accanto a nuove forme; alcune torri divengono più basse e più larghe, altre vengono inglobate negli spuntoni.
   L'aspetto di questo maniero è insieme austero ed elegante, solare e tondeggiante com'è, appare lontanissimo dalla descrizione gotica e fantastica che ne da Oscar Walpole nel suo The Castle of Otranto.
   Delle torri costiere chi si rincorrono sul litorale la prima è quella denominata "Torre del serpe", simbolo di Otranto, così chiamata dalla leggenda che narra di un rettile che, arrampicandosi su di essa, beveva l'olio della lampada del faro, facendo naufragare i naviganti.
   Città olocausta, porta d'Oriente, luogo della luce meridiana e dei demons du midì, di fantasmi e di monaci, le stragi, l'umano, il sacro, la memoria e lo stordimento.
   La bellezza e la tragedia coesistono in Otranto luogo simbolo dell'epos Mediterraneo.

Elio Paiano
eliopaiano@otrantovacanze.com


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