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 I monaci italo-greci ed il monastero di San Nicola de Casulis

Indice degli articoli

Il Monastero di San Nicola de Casulis come lo si può vedere oggi   L’area Idruntina è stata caratterizzata dall’influenza della Chiesa Cristiana Orientale per lungo tempo e tutto il salento risente dell’influenza del rito greco. Basti pensare che l’ultimo prete celebrante in rito greco, nella vicina Giurdignano, era un tal Lanzilao, morto nel 1750.
   In effetti questa città, sia per la vicinanza con le opposte sponde dell’Adriatico (Otranto è il punto più orientale d’Italia), sia per il lungo dominio bizantino ed infine perché ospitava uno dei centri di cultura più importanti d’Italia, San Nicola de Casulis, non poteva non seguire il rito greco. Due sono i principali canali attraverso cui si diffuse la cultura legata alla Chiesa Cristiana Orientale, uno attraverso le grandi istituzioni monastiche, l’altro attraverso gli insediamenti rupestri e la tradizione anacoretica.
   L’Abbazia di San Nicola de Casulis si trova a circa un chilometro e mezzo fuori dell’abitato di Otranto, vi si arriva percorrendo la litoranea per Santa Maria di Leuca, appena dopo la Masseria dei Monaci (“Tenuta il Gambero”) a trecento metri sulla destra un viale alberato conduce ai ruderi dell’abbazia.
   I resti mostrano quello che è stato un grandioso monumento oltre che un centro di cultura preziosissimo, i cui manoscritti sono conservati nei più importanti musei del mondo. Oltre alle colonne multiple che dovevano sostenere un grandioso arco e ad un pozzo (posto in quel che doveva essere l’antico chiostro) non vi è più nulla (tranne alcuni frammenti di affreschi).
   Della storia di questo famoso cenobio hanno parlato tutti gli scrittori di Terra d’Otranto, a cominciare dal Galateo per finire al Maggiulli ed al De Giorgi; ma è solo con il lavoro effettuato dal Diehl nel 1886: “Le Monastére de S. Nicolas di Casole près d’Otrante d’après un manuscrit inedit” che il monastero diviene conosciuto in tutto il mondo. L’archeologo francese narra i fatti del convento dalla sua origine fino alla sua rovina, con la guida di un manoscritto greco del XII o XIII secolo trovato nella biblioteca della Regia Università di Torino. Questo manoscritto, datato 1174 è un rituale delle cerimonie religiose di quella abbazia, ma vi si trova anche una raccolta sommaria dei principali fatti storici di quel cenobio dal 1125 al 1267, in alcune note segnate a margine si prosegue con la storia dal 1273 sino al 1469, quando l’abbazia volgeva ormai al tramonto. Esso narra che il convento di S. Nicola di Casole fu fondato nel 1099 da Boemondo, principe di Taranto e di Antiochia. Boemondo incaricò il monaco Giuseppe di fondare il monastero col rito greco. L’abbazia fin dai primi del XIII secolo (1220 - 1235) fu sottoposta alla chiesa latina e dipese dall’Arcivescovo di Otranto. Il 19 novembre 1267, al tempo di Carlo I d’Angiò, un cardinale romano, ne consacrò di nuovo la chiesa.

Gli Abati del Monastero
   I nomi degli igumeni greci trovati dal Diehl sono i seguenti: Giuseppe (1099-1125), Vittore (1125 - 1153), Nicola (1153-1190), Callinico (1190-1195), Ilarione (1195-1201), Nicodemo (1201-1220), Nettario (1220 - 1235), Pimeno (1235 - 1257), Filoteo (1257 - 1259), Basilio (1259 -1267), Giacomo I (1267-1275), Gregorio (1275-1307), Filoteo II (1307-1342), Biagio (1342-1363),...Giacomo II (?-1392),... Zacaria (?-1469).
   Il più rinomato che questi priori fu Nicola, filosofo, diplomatico, bibliofilo ed erudito, polemista ed uomo di stato. L’importanza dell’insediamento è da ricollegare all’attività di insegnamento e di studi costantemente svolta dai monaci. Molto probabilmente proveniva proprio da qui Pantaleone, l’ideatore del pavimento musivo della Basilica Cattedrale.
   Il lavoro degli amanuensi produsse un gran numero di opere in greco, molte delle quali furono portate presso la corte di Venezia dal Cardinale Bessarione. In seguito, furono vendute a mercanti e bibliofili di tutta Europa, per cui oggi le possiamo ammirare presso i maggiori musei e biblioteche del mondo come, ad esempio, la Biblioteque Nationale di Parigi e la Regia Biblioteca di Torino, l’Escorial di Madrid, la Laurenziana di Firenze.

Vita quotidiana nel Monastero
   Il cenobio era una comunità autosufficiente, i monaci lavoravano la terra, pescavano e svolgevano tutte le altre attività artigianali necessarie; ovviamente pregavano e studiavano, oltre a copiare gli antichi testi greci.
   Sappiamo che il complesso era costituito dall’abbazia vera e propria, una masseria, una chiesa presso Porto Badisco, le saline, un porticciolo per la pesca ed i terreni coltivati.
   Una strada collegava il convento all’entroterra ed al mare. Della chiesa di Badisco e delle saline non si sa nulla; il porticciolo era quello che ancor oggi si chiama Marina dei Monaci: dal Canale dello Zingaro al Canale Oscuro. La strada lastricata rimane per un breve tratto e va in direzione di Uggiano. L’attività degli amanuensi era regolata da norme rigidissime, infatti, nell’Hypotyposis (che ispirerà la Regula benedettina) possiamo leggere: “se qualcuno ha ricevuto un libro e ne prende poca cura, lo lascia aperto o ne strappa una pagina [...] Se non copia esattamente il manoscritto originale, se non produce scrupolosamente gli accenti ed i punti [...] Se spezza la penna, se macchia il manoscritto [...] deve leggere o, se è analfabeta, deve piangere i suoi peccati per scacciare cattive tentazioni”.

Insediamenti Rupestri
  
Le prime notizie certe sulla presenza di comunità cristiane ad Otranto risalgono allo “Itinerarium burdigalense” (opera di un pellegrino di Bordeaux, 333 d.C.). La conferma viene, inoltre, dalla fonte letteraria offertaci dai versi di S. Paolino di Nola (Te per Hydruntum, lupiasque uectum…366-414).
   La presenza monastica in Otranto è ulteriormente rafforzata dall’arrivo di monaci al seguito dell’esercito di Bellisario: questi si ispirano all’insegnamento di S. Basilio e sono la radice di quello che poi diverrà il monachesimo italo-greco.
   Altre presumibili migrazioni sono quelle del VII sec., legate alle invasioni dell’Egitto e della Siria da parte di popoli ostili e della Sicilia (invasa dagli arabi) mentre è da escludere la presenza in Otranto dei monaci che fuggivano dalle persecuzioni iconoclaste dell’VIII sec. da parte dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico, in quanto Otranto, parte stessa dell’Impero , era sede di persecuzioni dello stesso tipo.

Elio Paiano
eliopaiano@otrantovacanze.com


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