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La
«Signora di Otranto», così la chiamava Maria
Corti, è nel cuore di Otranto. Questa Basilica sorprende
il visitatore per la sua maestosità. Espressione della cultura
latina che i Normanni introdussero ad Otranto (città legata
alla Chiesa d'Oriente) è un monumento fatto per sottolineare
il rinnovamento culturale operato dalla gente d'Altavilla.
Collocata sul punto più alto della città,
contiene una delle cripte più grandi di Puglia.
La facciata principale presenta l'impianto tipico
del romanico-gotico pugliese, soprattutto nel taglio spaziale della
struttura. Il rosone è rinascimentale, rifatto (dopo la liberazione
dai Turchi del 1481) grazie all'intervento di Serafino da Squillace,
in stile romanico con influenze siciliane, probabilmente rispettando
in parte l'originale dell'epoca.
Il portale è appesantito dalle strutture
barocche volute da Adarzo de Santander che, come dice giustamente
il Willemsen "[
] l'arcivescovo
e lo scultore da
lui incaricato dell'esecuzione, [
]ambedue mancavano notevolmente
di gusto artistico".
Addirittura, la smania di "barocchizzare"
le nostre chiese si spinse al punto che, nella prima metà
del XVIII secolo, l'arcivescovo Orsi fece stuccare l'intera facciata
(come risulta anche da un'antica incisione) per decorarla con foglie
dorate (l'orribile intervento fu fortunatamente eliminato nel 1912).
Il portale maggiore reca lo stemma dell'arcivescovo
Gabriele Adarzo di Santander mentre, sul lato sinistro, la porta
minore, scolpita da Nicola Ferrando da Galatina, fu eseguita su
commissione di Serafino da Squillace che ritroviamo raffigurato
due volte, prima con i paramenti sacri, poi in abiti francescani.
Al di sotto si vedono i busti dei vescovi di Alessano, Castro, Ugento,
Gallipoli, Lecce e dell'Abate di San Nicola di Casole.
L'attuale soffitto a cassettoni fu commissionato dall'arcivescovo
Francesco Maria de Aste (1674) ed impedisce di vedere lo slancio
della navata centrale, originariamente coperta da capriate in legno
affrescate con immagini di angeli.
Il tempio è lungo 54 metri e largo 25, a croce
latina, a tre navate, di cui quella centrale presenta quattordici
colonne di granito levigato.
Sull'arco maggiore vi è un'iscrizione che
ricorda il nome dell'arcivescovo teatino Francesco Maria de Aste.
La navata destra ospita il sepolcro del vescovo Serafino
da Squillace, opera di Niccolò Ferrando, e gli altari del
Cristo risorto (1662) e della Vergine in Gloria e due Santi (1628).
Proseguendo nella navata, nei pressi della scalinata
che porta alla cripta, si vedono quattro colonne di splendida fattura,
attribuite al Riccardi, provenienti dall'antico altare della cappella
dei Martiri, innalzato nel 1524.
Nel 1711, Francesco Maria de Aste rinnovò
la Cappella dei Beati Martiri Idruntini, dandole la forma di un
ottagono sormontato da una cupola, eliminando l'antico altare. Così
le reliquie furono portate nelle gigantesche sette bacheche di vetro.
Nella navata sinistra l'affresco raffigurante la Pentecoste
(XV sec.) il Fonte Battesimale, di stile barocco, in marmo intarsiato,
fatto costruire dall'arcivescovo Michele Orsi, nei pressi del quale
si trova il mausoleo di Francesco Maria de Aste, fatto erigere dall'Arcidiacono
Pietro Faccolli nel 1720 e poco oltre, l'altare con la tela della
Visitazione (XVI sec.).
Nei pressi del transetto vi è il pulpito
settecentesco in legno fatto eseguire dall'arcivescovo Michele Orsi.
Attraverso la porta minore laterale destra si raggiunge
l'Episcopio; il portale è in stile barocco e contrasta nettamente
con l'aspetto della porta minore destra. Il Palazzo Arcivescovile
contiene un importante archivio storico, nei pressi (palazzo Lopez
y Royo) il Museo Diocesano.
I portali decorati, sia quello davanti alla Cappella
dei Martiri, sia quello davanti alla Cappella del Sacramento (nella
navata laterale sinistra) furono eseguiti sotto l'arcivescovo Orsi
(1722-1752). All'interno della Cappella dei Martiri, nella prima
teca a destra, sono custoditi alcuni i resti ancora integri dei
Martiri per vedere i quali occorre chiedere al parroco di aprire
la grata che li nasconde. All'interno dell'altare è conservata
la pietra che, secondo la leggenda, servì da ceppo al boia
ottomano per la decapitazione dei Martiri Idruntini nel 1480.
Nei pressi della sagrestia troviamo l'organo
settecentesco in legno, recentemente restaurato,
con il contributo musicale del quale è stato inciso il CD
di musica sacra dedicato alle grandi cattedrali del mondo, registrato
in ambiente, con adattamenti del Maestro Celeghin.
Per accedere alla cripta
si percorre una scalinata che mostra, sulla sinistra, i resti di
un'antica chiesa rupestre.
Ma la vera sorpresa si ha non appena varcata la
soglia d'ingresso: ci accoglie una selva di colonne in fuga verso
tutte le direzioni, le volte a stella
strettissime creano un gioco infinito di luci ed
ombre e di archetti che si intrecciano.
Le colonne, come in quasi tutte le grandi cripte,
variano continuamente per forma e materiali. Era
abitudine medievale, infatti, non solo riutilizzare elementi di
risulta di costruzioni più antiche, ma anche scambiarle con
quelle di altri luoghi. I capitelli sono anch'essi molto diversi
tra loro, alcuni sono di gusto bizantino ma molto naif, altri sono,
invece, di eccezionale fattura (come quello con le quattro aquilette,
o l'esotico capitello con i quattro leoni).
Sulla destra dell'altare è visibile uno
stupendo affresco di stile gotico-orientale,
rappresentante la Madonna Odigitria.
Curiosità:
Le campane della Cattedrale
di Otranto, furono donate, secondo la leggenda, da San Paolino di
Nola (IV sec. d. C.). Portate nei fossati durante la seconda guerra
mondiale, dovevano essere fuse per esigenze belliche, invece rimasero
integre per un "miracolo" dello stesso San Paolino che
le fece dimenticare ai nazifascisti.
La
cripta possiede numerosissime colonne, determinarne il numero
giusto sarebbe impossibile, chiunque ci provi avrà come risultato
un numero ogni volta diverso.
Elio
Paiano
eliopaiano@otrantovacanze.com |