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Le Mappe Interattive del Salento by OtrantoVACANZE.com

 Guida ai Comuni del Salento: Parabita

Indice dei comuni

Le vicende storiche
   Le origini di Parabita si rifanno all'antica città di Bavota. Il nome stesso di Parabita, di cui gli stessi studiosi non concordano nell'interpretazione, deriva etimologicamente da BAVOTA.
   Secondo alcuni Parabita deriva da due parole greche che hanno come significato "intorno alle mura" o anche "dentro le mura" lasciando così supporre che il luogo in sorgeva il casale fosse circondato da mura e fossati. Per altri, il suo primo nome, Para-Bavota (presso Bavota), col tempo e negli scritti, viene cambiato e riportato non correttamente. Le varianti vanno da Bavarita, Paravite, Parabide, Paranate, Paravete, Parabice, Paravita.
   Per la sua posizione é facile identificare, in Bavota, il primo insediamento dei Parabitani. I suoi resti, infatti, si trovano un po' più a nord dell'attuale Parabita. Al tempo della Magna Grecia, Parabita apparteneva alla Repubblica di Taranto, ed era viva e fiorente quando il territorio fu coinvolto nelle guerre provocate da Annibale. Con la sconfitta di Taranto, Bavota passò, dai greci ai romani, e nei secoli IX e X, rasa al suolo dalle incursioni dei Saraceni, cadde con altre città vicine. I cittadini, sopravvissuti alle incursioni, rifondarono il villaggio spostandosi e il termine Paravita, uno dei nomi dati nel tempo a Parabita, secondo alcuni studiosi, indica chiaramente un luogo in cui si riesce a portare in salvo la propria vita. Risorta dalle sue ceneri, subì la dominazione Normanna e successivamente quella Angioina. Nel 1400 era parte del feudo dei Sanseverino, ai quali fu sottratta per fellonia e donata, da re Ladislao, ad Ottino De Caris.
   Con la sconfitta dei Del Balzo il feudo passa alla Regia Corte che lo assegna a Gaspare De Leo, creditore per eredità, con il vincolo di 300 ducati in favore della città di Gallipoli. Nel 1536, la baronia di Parabita venne acquistata da Pirro Castriota che dette lustro e splendore alla città. Agli inizi del 1700, venne messa in vendita e fu acquistata da Domenico Ferrari.
   Durante questi periodi sono da annoverare alcuni passaggi storici salienti: nel 1484 si arrese ai veneziani che avevano conquistato Gallipoli; nel 1528, per assecondare il duca di Ugento, parteggiò per i francesi contro gli spagnoli dell'imperatore Carlo V, ed i francesi stessi si trincerarono nella zona, razziando e distruggendo il territorio circostante. Il Conte Castriota li attaccò e li battè togliendo loro armi e viveri dei quali fece dono alla città di Gallipoli.
   Parabita successivamente fu rivalsa a Gallipoli dal Cardinale Pompeo Colonna.
   L'ultima duchessa di Parabita, Lucia la Greca, passò il feudo alla figlia Mariantonia nel 1852 la quale, non avendo figli e non potendo occuparsi dei beni di Parabita, nominò amministratore del feudo il notaio Raffaele Elia, che si preoccupò di tenerlo unito al governo, impedendone l'esproprio, con rette per nulla indifferenti. Con l'annessione del "Regno delle Due Sicilie" al Regno d'Italia nel 1861, seguì le sorti della storia recente.

Le chiese
Parrocchia San Giovanni Battista
   La chiesa Matrice è la più antica chiesa di Parabita, la sua costruzione risale al XIII secolo.
   La struttura architettonica si presenta a tre navate con le due laterali non omogenee, testimonianza che la sua edificazione ha avuto vari periodi di costruzione. Il portale che si affaccia sulla piazza, fregiato stile gotico, riporta sulla trave superiore tre statue rappresentanti San Giovanni Battista, San Pietro e la Vergine Maria.
   La chiesa custodisce una reliquia del corpo di San Vincenzo Martire, fino a qualche anno fa esposto sotto l'altare maggiore spostato ora sulla navata destra in modo da facilitarne la visita e il culto. L'interno della chiesa presenta diversi altari sulle navate.

LA BASILICA DELLA MADONNA DELLA COLTURA
   I parabitani eressero, alla loro potrettrice, un santuario con orgoglio di figli. La piccola cappella divenne chiesa, poi santuario, ed, ultimamente, è stata proclamata basilica minore da Giovanni Paolo II.
   Una antica leggenda narra che, un contadino arava i campi con dei buoi che si fermarono davanti ad un pezzo di pietra senza voler proseguire. Il contadino notò con stupore che su quella di pietra vi era disegnata l'immagine di una madonna, e quasi spaventato corse ad annunciare ai concittadini il ritrovamento. In molti si mossero verso quel luogo e scoprirono un monolito che fu portato in processione nella chiesa principale. Grande fu la sorpresa quando, il giorno seguente, del monolito non si trovò traccia nella chiesa principale. Fu nuovamente ritrovato in mezzo ai campi. I parabitani capirono che la madonna desiderava stare nelle campagne e gli dettero il nome di Madonna della Coltura (o dell'agricoltura). Proprio in quei campi costruirono una cappella.
   Di quella chiesa sorta intorno al XIV secolo oggi non rimane traccia se non per quel monolito di pregevole fattura bizantina che orna l'altare maggiore. Nel 1913 la chiesa, oramai pericolante, fu abbattuta e si costruì un santuario, inaugurato ma non ultimato nel dicembre 1920. Lavori di adeguamento e restauri effettuati negli anni hanno portato il santuario nel 1976 ad avere una struttura di croce latina a tre navate con, adiacente, un campanile a 5 campate.
   La sua cura è affidata ai Padri Domenicani. Il santuario, ora basilica, con l'espansione del centro abitato si ritrova ad essere centro di vita religiosa e sociale.

CHIESA DI MARIA SS. DELLE ANIME DEL PURGATORIO
   Costruita intono ai primi anni del 1700, è ubicata nel centro storico di Parabita. Il prospetto è lineare e un'immagine della vergine è posta sul portone d'ingresso. L'interno è a navata unica. Nella controfacciata vi è un coro che ospita un piccolo organo ottocentesco a canne, di ignoto costruttore. Attualmente non è utilizzata per la celebrazione delle funzioni religiose. Durante le celebrazioni della settimana Santa da questa chiesa ha inizio la processione del Venerdì Santo. Le celebrazioni della festa della di Maria SS. delle Anime del Purgatorio si svolgono nel mese di luglio.

CHIESA DEL SS. CROCEFISSO
   La chiesa ed il convento attiguo sono il classico esempio delle concezioni architettoniche seguite dall'ordine degli alcantarini. I religiosi di quest'ordine monastico, insediatisi a Parabita nel 1731, portarono a compimento la costruzione della chiesa e del convento rispettando scrupolosamente i canoni dell'ordine, e convertendo tutto secondo i loro schemi. L'ordine degli alcantarini, facenti parte della famiglia dei frati minori francescani riformati, osservava la regola di forte clausura monastica. La loro presenza altalenante per le vicende storiche nelle guerre franco-spagnole terminò nel 1866, quando a custodire il convento era rimasto un solo frate, e si decise di utilizzare il vasto orto come cimitero.
   La chiesa presenta sulla facciata due immagini molto rovinate dal tempo, raffiguranti il fondatore dell'ordine San Pietro D'Alcantara e San Pasquale Baylon.
   L'interno della chiesa, riccamente decorato, presenta un basamento majolicato e diversi altari ai lati. L'altare maggiore è finemente lavorato nelle colonne e nel prospetto. Attualmente vi opera la confraternita di San Luigi, santo venerato in modo solenne dai parabitani.

CHIESA DELL'IMMACOLATA
   Risalente al cinquecento, successivamente ristrutturata, conserva molti affreschi.
   L'interno, ad unica navata, offre lo spettacolo di uno sfarzoso ed elegante altare maggiore in stile barocco con intarsi e capitelli di pregevole fattura.

I monumenti
IL CASTELLO ANGIOINO
   Realizzato nel tardo medioevo, il castello è stato oggetto nel tempo di ristrutturazioni e restauri che poco han lasciato delle originali caratteristiche angioine.
   Nei primi anni del 1500 il feudatario di Parabita Francesco del Balzo, conte di Ugento, ospitò le truppe francesi di Francesco I, che combattevano gli spagnoli dell'Imperatore Carlo V insediati a Gallipoli.
  Nel 1528 vi fu una storica battaglia contro i gallipolini guidati da Pirro Castriota, il quale sconfisse i francesi usciti dal castello di Parabita. In virtù di tale vittoria Pirro Castriota si trovò acquirente del feudo parabitano. E' quasi certo che l'architetto copertinese Evangelista Menga, su incarico dello stesso Pirro, nel periodo 1540-45, cadute le necessità difensive del castello, cominciò a modificarlo, riproponendolo con caratteristiche più vicine alla residenza che a baluardo fortificato.
  L'attuale soluzione è dovuta agli architetti Avena di Napoli e Napoleone Pagliarulo di Parabita che nel 1911, su incarico dell'allora proprietario, Raffaele Elia, hanno definitivamente modificato il maestoso maniero rendendolo più gradevole dal punto di vista estetico.
   Maggiore attenzione è stata dedicata agli ambienti abitativi e di rappresentanza, che si sviluppano in altezza in modo maggiore rispetto ai secoli precedenti, quando l'aspetto più tozzo e le mura più alte meglio si confacevano alla sicurezza dei residenti. Lo stesso inserimento di nuove merlature ha segnato il tramonto definitivo del vecchio maniero angioino.
   Gli archi, presenti nei vari prospetti, sono nella maggior parte a tutto sesto. I numerosi ambienti presentano diversi tipi di volte: molte a botte nei piani bassi, una botte ogivale nella sala d'armi, una a padiglione nella camera da letto, una a cupola su pennacchi sferici nell'immancabile cappella di famiglia, dedicata a San Francesco d'Assisi, nella quale sono custodite numerose reliquie.
   Oggi il castello è abitato dalle famiglie Villani e Ravenna, discendenti degli Elia.

LE VENERI DI PARABITA
   Nel luogo in cui sorgeva anticamente Bavota, sono state rinvenute testimonianze che documentano la presenza abitativa: monete (identificate nel periodo messapico), sepolcri, vasi, utensili e resti di fondamenta di edifici. Dai conii sulle monete si presume che Bavota fosse stata una città fortificata e avesse rappresentato uno dei punti strategici per le difese del territorio.
   Il raccordo con la preistoria è tutto al femminile. Le splendide e feconde Veneri di Parabita dai pronunciati attributi materni risalgono a circa 15.000 anni fa. Uniche nel loro genere per bellezza e forma, sono tra i 30 esemplari esistenti al mondo.
   Le statuette della «Venere», maestosa essenza della femminilità e della fertilità, al pari della più famosa Venere austriaca di Willendorf, furono realizzate con intento dichiaratamente propiziatorio e possono essere considerate, a pieno diritto, i primi "totem" del Salento.
   Scoperte circa quarant'anni orsono, dal Prof. Giuseppe Piscopo e dal Prof. Antonio Greco, nei pressi di una grotta in contrada monaci, fuori Parabita, sono alte circa 10 cm e scolpite in osso di cavallo.
   Studiate presso l'università di Pisa per molti anni, trasferite poi presso il museo di Taranto, insieme ad altri reperti rinvenuti alle successive ricerche, sono attualmente conservate in calco presso il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia di Maglie, insieme con molti resti fossili rappresentativi della fauna preistorica del Salento.

   Notizie e informazioni riportate sulla Città di Parabita sono tratte dal Sito: www.parabitaonline.it e www.comune.parabita.le.it ai quali rimandiamo per maggiori approfondimenti.
   Ringraziamo per la disponibilità e la collaborazione il Web Master Vincenzo Caggiula.

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